La sala d’attesa è una stanza che ti dice: siediti e diventa paziente. Non nel senso medico. Nel senso agricolo. Devi maturare lì, sotto luci fredde, accanto a una pianta finta che ha già visto più sconfitte di un notaio.
C’è sempre una sedia libera ma mai quella giusta. Ti siedi, poi capisci che hai scelto male: troppo vicino alla porta, troppo sotto il condizionatore, troppo esposto allo sguardo di una signora che mastica una caramella come se stesse archiviando rancori.
Il bello è che nessuno ti sta facendo niente. Ufficialmente. Eppure il tuo tempo è stato sequestrato con modi educati. Un display, un numero, una voce che ogni tanto chiama qualcun altro. Tu intanto controlli il telefono senza voler sapere nulla. È solo un gesto per dimostrare che esisti ancora.
Forse la civiltà è questo: file di sedie imbullonate e persone che fingono di non essere leggermente umiliate dal fatto di dover aspettare. Tutti composti. Tutti adulti. Tutti ostaggi, ma con il cappotto sulle ginocchia.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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