È un centimetro e mezzo di niente, ma basta a rovinarti la vita. Sei lì, in quello spazio sacro che è il bagno pubblico, e da sotto la porta passa una striscia di luce fluorescente e qualcuno che cammina. Vedi i piedi. Le scarpe. Qualcuno in attesa, qualcuno che parla al telefono, qualcuno che si ferma esattamente davanti a te come se il mondo fosse uno scherzo.
Chi ha progettato questa cosa? C'era un meeting. Un tavolo, delle sedie ergonomiche, un PowerPoint. "Bene, signori, per il bagno pensavamo a una porta. Ma non troppo porta." E tutti d'accordo. Nessuno che alzasse la mano e dicesse: scusate, ma la gente potrebbe voler cagare in pace? No. Troppo facile. Meglio la fessura. La fessura è democratica, dicevano. Ti tiene umile.
E poi c'è il momento in cui qualcuno bussa e tu sei là, prigioniero di quello spazio di un metro per uno, con la serratura che fa un rumore metallico da manicomio, e i loro occhi — perché sì, li senti attraverso il legno — i loro occhi sono esattamente all'altezza della fessura. Non è una porta. È un confessionale al contrario. Tu dentro, il mondo fuori che giudica i tuoi piedi, la tua postura, il silenzio imbarazzante che dura un secondo di troppo.
Ma il peggio è quando finisci, esci, e la persona dopo ti guarda. Non ti guarda davvero, fa finta di no, ma vi siete visti i piedi. C'è un legame ora. Un legame che nessuno ha chiesto. E andate avanti per il resto della giornata con questo segreto condiviso: che tu indossi delle Vans sbiadite e lei dei tronchetti neri. La fessura non dimentica.

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