C'e' un momento preciso in cui qualcuno tiene aperta la porta e tu sei troppo lontano. Non abbastanza vicino da entrare normale, non abbastanza lontano da fare cenno con la mano "vai, vai". Sei nella terra di mezzo. E allora parte il trotto.
Quel mezzo trotto assurdo, che non e' una corsa e non e' una camminata. Non ti fa arrivare prima, guadagni forse mezzo secondo su una vita intera. Ma lo fai lo stesso, perche' quella persona sta investendo tre secondi per te e tu devi dimostrare che li stai onorando. E' teatro. Un piccolo spettacolo di gratitudine fatto con le gambe.
La cosa buffa e' che non ci crede nessuno. Lo sa lui che e' finto, lo sai tu. E' un patto: io fingo di sbrigarmi, tu fingi che sia servito. E poi quel "grazie" detto col fiato corto che non hai davvero, perche' non e' che tre passi trottati ti abbiano tolto il respiro. Reciti pure l'affanno.
Non so chi le abbia scritte, queste regole. Nessuno me le ha mai insegnate. Eppure le sappiamo tutti, a memoria. Ci mettiamo a trottare da soli, addosso a noi stessi, per una porta che sarebbe rimasta aperta comunque.

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