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Geopolitica

Il Québec vuole lasciare il Canada. Ma dopo Trump

Gli indipendentisti del Parti Québécois tornano al governo dopo 12 anni con appena il 28% dei voti e promettono un terzo referendum sulla secessione. Però solo quando Trump se ne sarà andato.

Diciamocelo: c'erano due cose che davamo per morte e sepolte negli anni Novanta. Il Tamagotchi e l'indipendenza del Québec. Il Tamagotchi è tornato da un pezzo come oggetto vintage per nostalgici. E adesso, a quanto pare, è tornato pure l'altro.

Lunedì 5 ottobre la provincia francofona del Canada è andata a votare e ha consegnato le chiavi di casa al Parti Québécois, lo storico partito indipendentista, che torna al governo dopo dodici anni. Il nuovo premier sarà Paul St-Pierre Plamondon, avvocato di 49 anni, che sul palco di Montréal ha rispolverato la parola che a Ottawa fa venire l'orticaria: referendum.

Dal coma al governo in quattro anni

Per capire quanto sia assurda la parabola, basta un numero: nel 2022 il PQ aveva tre seggi. Tre. Praticamente un gruppo WhatsApp. Oggi ne ha 59 su 127 all'Assemblea nazionale. Non abbastanza per governare da solo, visto che la maggioranza è a 64, ma abbastanza per formare un governo di minoranza.

Sostenitori del Parti Québécois esultano con le bandiere del Québec durante la notte elettorale a Montréal
Sostenitori del PQ in festa la notte elettorale a Montréal (Graham Hughes/The Canadian Press, via The Globe and Mail)

Però c'è un dettaglio che rovina un po' la festa: il PQ ha vinto con circa il 28% dei voti. Secondo il Globe and Mail è la percentuale più bassa mai ottenuta da un governo nella storia del Québec. Cinque partiti principali, tutti tra il 12 e il 28%, e un sistema maggioritario secco che trasforma un quarto abbondante dei voti in quasi metà dei seggi. Se vi sembra familiare, è perché ogni legge elettorale del mondo prima o poi fa questo scherzetto a qualcuno.

Gli altri? I Liberali hanno fatto circa il 24% e 40 seggi, i Conservatori sono entrati per la prima volta con 19 seggi, e Québec Solidaire, sinistra pure lei indipendentista ma con altre priorità, si è tenuta 9 seggi. Che, guarda caso, sono esattamente quelli che potrebbero servire al PQ per stare in piedi.

La CAQ evaporata: da due maggioranze a zero seggi

La vera notizia horror della serata riguarda la Coalition Avenir Québec, il partito di centrodestra che governava da otto anni con due maggioranze piene. Risultato: zero seggi. Non pochi, zero. La premier uscente Christine Fréchette ha perso pure il suo collegio. Il partito ha preso comunque circa il 13% dei voti, ma col maggioritario secco il 13% sparso ovunque vale quanto un buono sconto scaduto.

Christine Fréchette, leader della Coalition Avenir Québec, parla nella sede del partito a Trois-Rivières la notte delle elezioni
Christine Fréchette (CAQ) la notte elettorale a Trois-Rivières (Mathieu Belanger/Reuters, via The Globe and Mail)

Il politologo Raphaël Melançon l'ha detta in modo elegante: la CAQ potrebbe essere stata solo «una parentesi nella nostra storia politica». Tradotto: il Québec ha provato a mettere da parte la vecchia lite tra federalisti e sovranisti, ha scoperto che non funzionava e ha riaperto la cartella dei progetti del 1995.

Il referendum: sì, ma dopo Trump

Ed eccoci al punto. St-Pierre Plamondon promette un terzo referendum sull'indipendenza entro il primo mandato. Dopo quello del 1980 (perso col 40% di sì) e quello del 1995, perso per un soffio, con il sì al 49%. Ma c'è un asterisco grande come una casa: il voto si farà solo dopo che Donald Trump avrà lasciato la Casa Bianca, quindi non prima di gennaio 2029, quando secondo lui il Québec potrà avere una discussione «serena» sul suo futuro.

Giovani sventolano bandiere del Québec durante un raduno indipendentista negli anni Novanta
Bandiere fleurdelisé in un raduno sovranista degli anni Novanta (via Pagine Esteri)

È una mossa furba, va detto. Con Trump che bombarda di dazi l'alluminio e il legname quebecchesi e parla del Canada come di un futuro 51° stato, proporre adesso di spaccare il Paese sarebbe come litigare con il coinquilino mentre ti stanno sfondando la porta. Così il nuovo premier rimanda la resa dei conti e intanto promette a Mark Carney collaborazione, definendosi «diretto, franco e trasparente». Carney, dal canto suo, si è congratulato sui social. Educati, per ora.

Il problema è che i numeri, ancora una volta, non tornano. Secondo i sondaggi solo il 30% circa dei quebecchesi oggi voterebbe sì all'indipendenza, il livello più basso da decenni. E per indire il referendum servirebbe il via libera dell'Assemblea, dove Liberali e Conservatori hanno già promesso di sbarrare la strada. Resta Québec Solidaire, che però chiede prima una lunga consultazione pubblica. Il politologo André Lamoureux dell'UQAM la liquida così: per un governo di minoranza il referendum è «un vicolo cieco».

E nel frattempo c'è pure l'Alberta

Il tempismo è da sceneggiatura. Il 19 ottobre l'Alberta, la provincia petrolifera dell'ovest, vota un referendum sull'eventualità di un altro referendum sulla separazione dal Canada. Sì, avete letto bene: un referendum per decidere se fare un referendum. Dietro le spinte secessioniste dell'Alberta, che stanno a destra, molti vedono la vicinanza al mondo MAGA. Risultato: il Canada si ritrova con due fronti separatisti diversissimi tra loro, uno francofono e progressista, l'altro petrolifero e trumpiano, mentre il vicino più grosso fa pressione sui suoi confini commerciali.

Morale? Il Québec non ha votato per l'indipendenza: ha votato per cacciare chi c'era prima, arrabbiato per il carovita, gli ospedali e gli affitti. Più di 90 seggi su 127 hanno cambiato colore. Ma chi ha vinto ha il referendum come ragione di vita e quattro anni davanti per convincere chi non ci pensa. Il Tamagotchi, almeno, bastava dargli da mangiare.


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