C'è un intero paese che a giugno si trascina all'esame di maturità come a un patibolo, contando i minuti che lo separano dalla libertà. E poi c'è Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, che a 71 anni si presenta all'Istituto paritario Minerva di Roma di sua spontanea volontà. Nessuno lo obbligava. Nessuno gli aveva messo il tema di italiano davanti minacciando di bocciarlo. Lui, semplicemente, aveva un conto in sospeso con un banco di scuola lasciato mezzo secolo fa.
Il 1° luglio 2026 Pupo ha chiuso il cerchio con la prova orale, dopo aver affrontato gli scritti a metà giugno. Durata del colloquio: poco meno di un'ora. Verdetto suo: «Me la sono cavata, dai. Mi aspetto un buon voto». E fin qui, un signore di una certa età che si toglie uno sfizio. Il problema è come se l'è tolto.

Due anni di studio matto e disperatissimo (davvero)
Perché la parte che manda in crisi esistenziale mezza Gen Z non è il diploma in sé, ma il metodo. Pupo non ha comprato il pezzo di carta al mercatino, non ha fatto il vip di passaggio che ottiene il favore. Ha studiato per due anni per recuperare gli studi mollati dopo il secondo liceo. «Ci tenevo a fare le cose per bene. Non voglio che mi regalino nulla», ha spiegato al Corriere della Sera. Che detto da uno che ha venduto milioni di dischi e ha una vita già scritta suona quasi come una provocazione verso chiunque abbia mai copiato la versione di latino dal compagno di banco.
All'orale ha macinato roba seria: Dante (interpretato e pure cantato, perché a un certo punto il personaggio prende il sopravvento), Pirandello, l'influenza delle religioni nella società contemporanea — dichiarandosi agnostico ma riconoscendo il peso storico delle confessioni — e un blocco di diritto niente male: Costituzione, poteri del Presidente della Repubblica, promulgazione delle leggi. Con tanto di riflessione sul fatto che il dibattito politico dimentica troppo spesso il ruolo dello Stato. Cioè: mentre voi ripetevate a memoria «il Presidente rappresenta l'unità nazionale» pregando di non farvi domande, lui ci ha costruito sopra un'opinione.
Lo scoglio? L'inglese. Ovviamente.
Perché per quanto tu sia Pupo, per quanto tu abbia raccontato «la mia vita come un'opera d'arte», resta la legge non scritta della scuola italiana: alla fine ti frega sempre l'inglese. La prova più difficile per lui è stata proprio l'analisi dell'età vittoriana nella lingua di Shakespeare. Rassicurante, in un certo senso: significa che l'inglese umilia tutti in modo democratico, a prescindere da dischi venduti, ospitate a Sanremo e anni sul groppone.

E adesso? L'università, ovvio
Il colpo di grazia per chiunque stesse pensando «vabbè, si è tolto lo sfizio, buonanotte»: Pupo ha già annunciato che si iscriverà all'università, probabilmente Scienze della comunicazione. A 71 anni. Nel frattempo, per chiudere l'orale in pieno stile, si è seduto al pianoforte e ha intonato Un amore grande davanti a una commissione che immaginiamo un filo spiazzata — perché una cosa è verbalizzare un candidato, un'altra è verbalizzarne uno che ti fa il concerto.
Il punto, tolta l'ironia, è disarmante nella sua semplicità. In un'epoca in cui il titolo di studio è ansia, debito, incubo da rimuovere il prima possibile, uno arriva a 71 anni e decide che imparare è ancora una cosa che si fa per piacere, non per il pezzo di carta. La chiamano lifelong learning nei convegni con il buffet. Pupo l'ha chiamata semplicemente «una promessa ai miei genitori». Tie'.
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