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Cultura

Gli Etruschi buttavano tutto nel pozzo (anche due persone)

A Marzabotto, l'antica Kainua, l'Universita' di Bologna ha aperto un pozzo rituale del VI secolo a.C.: statuette di bronzo, un piatto che brilla ancora e due scheletri sul fondo. La capsula del tempo etrusca che nessuno aveva ordinato.

Diciamocelo: la tua idea di "capsula del tempo" è al massimo una scatola di scarpe con dentro tre biglietti del cinema e un vecchio iPod scarico. Gli Etruschi, 2.500 anni fa, avevano un concetto leggermente più intenso: prendevano statuette di bronzo, piatti pregiati e — dettaglio niente male — anche un paio di persone, e li calavano sul fondo di un pozzo. Poi ci mettevano una pietra sopra e passavano oltre, come noi archiviamo una chat.

La scoperta arriva da Marzabotto, in provincia di Bologna, dove sorgeva Kainua, una delle poche città etrusche costruite con criterio urbanistico — strade a griglia, isolati regolari, praticamente la Manhattan del V secolo a.C. Qui la 39ª campagna di scavo dell'Università di Bologna, diretta da Elisabetta Govi, ha aperto un pozzo nell'area sacra e ci ha trovato dentro un piccolo tesoro che nessuno si aspettava.

Il pozzo rituale etrusco rivestito di ciottoli scoperto a Marzabotto
Il pozzo rituale nell'area sacra di Kainua. Sì, è da qui che è uscito tutto. Courtesy Musei Nazionali di Bologna.

Cosa c'era sul fondo

Il bottino, a leggerlo, sembra la lista dei desideri di un museo: due statuette femminili in bronzo, un rarissimo piatto bronzeo che — udite udite — conserva ancora la lucentezza originale dopo venticinque secoli sott'acqua, offerte votive varie e un piatto in ceramica. Tradotto: mentre le tue AirPods muoiono se le guardi storto, questi hanno tirato fuori un piatto di metallo che brilla come appena comprato.

Il corredo di reperti bronzei e la statuetta femminile recuperati dal pozzo
Il corredo recuperato: statuetta femminile, elementi decorativi in bronzo e il piatto ancora lucido. Courtesy Musei Nazionali di Bologna.

Gli oggetti risalgono tra la fine del VI e i primi decenni del V secolo a.C., cioè esattamente quando Kainua veniva fondata. E qui la faccenda si fa interessante: non è roba caduta dentro per sbaglio. Erano offerte deposte durante un rito di fondazione. Prima di costruire la città, gli Etruschi facevano un patto con gli dèi — Tinia (il loro Zeus), Uni (la loro Giunone) e Vei, divinità della fertilità — e ci mettevano dentro il meglio che avevano. Una specie di caparra cosmica.

E i due scheletri?

Perché sì, sul fondo c'erano anche due scheletri umani di adulti, e no, gli archeologi non li stanno spiegando come "incidente sul lavoro". Segnano la fase finale di utilizzo del pozzo: quando la struttura smetteva di servire, la si chiudeva così. Se ti sembra macabro, ricordati che noi mettiamo le persone dentro urne sul comò e nessuno alza un sopracciglio.

La cosa che manda in fibrillazione gli studiosi è un'altra: quel pozzo non serviva (solo) a prendere l'acqua. Era uno spazio sacro, connesso alla fondazione, alla protezione e — testuale — al destino della città. In pratica gli Etruschi credevano che la sorte di Kainua fosse letteralmente sepolta lì sotto. Un backup della propria anima urbana, senza cloud e senza abbonamento mensile.

Lo scavo è costato 140mila euro di fondi del Ministero della Cultura (2023-2026) — meno di quanto costa uno spot da 30 secondi al cinema — e i reperti finiranno esposti al MNEMA, il Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto, appena riallestito. Morale: la prossima volta che qualcuno ti dice che l'archeologia è polverosa, ricordagli che stavolta è saltato fuori un piatto che brilla, due statuette e un giallo lungo 2.500 anni. Il tutto da un buco nel terreno che noi avremmo scambiato per una fioriera abbandonata.


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