C’è sempre una sedia libera che nessuno prende. In sala d’attesa, al bar, in cucina quando arrivano ospiti. Non è rotta. Non è sporca. Non ha sopra un cappotto, un cane, un cartello con scritto “qui si siedono solo i peggiori”. Eppure resta lì, intoccata, come se avesse una reputazione.
La guardiamo tutti con quella micro-espressione da investigatori del nulla. Perché proprio quella? Troppo vicina alla porta. Troppo lontana dal tavolo. Troppo esposta. Troppo centrale. L’essere umano ha costruito ponti, antibiotici, app per ordinare sushi alle 23:47, ma davanti a una sedia sceglie ancora con l’istinto di un animale che teme l’imboscata.
Forse il posto libero ci mette a disagio perché ci ricorda che scegliere è sempre un piccolo atto politico. Ti siedi lì e dichiari qualcosa: voglio partecipare, voglio sparire, voglio vedere l’uscita, voglio non dare le spalle a nessuno, voglio fingere che non mi importi. Poi arriva uno, si siede senza pensarci, e improvvisamente sembra il più libero della stanza. O solo il più stanco.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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