Diciamocelo: tutti abbiamo quel lavoro di casa rimasto a metà. La mensola mai montata, la porta del bagno che non chiude, il lampadario appeso a un filo da tre traslochi. Ecco, la Corea del Nord ha la stessa cosa. Solo che il suo «lo faccio domani» è un ponte strallato di tre chilometri, quattro corsie, pagato dalla Cina e rimasto lì a prendere polvere per dodici anni.
Si chiama Nuovo ponte sul fiume Yalu, collega la città cinese di Dandong (provincia del Liaoning) con Sinuiju, in Corea del Nord, e secondo l'agenzia statale cinese Xinhua apre al traffico oggi, giovedì 15 ottobre, con una cerimonia congiunta tra i due paesi. Lo ha confermato anche la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. I media di Pyongyang, nel frattempo? Silenzio. Classico.
Cronistoria di un ritardo
I lavori erano partiti nell'ottobre 2011 e finiti nell'ottobre 2014. Fin qui, tutto bene: tre anni per un ponte di quelle dimensioni non sono nemmeno tanti, chiedetelo a chiunque abbia seguito un cantiere italiano. Il problema è che, finito il ponte, dall'altra parte non c'era niente. Né strade di accesso, né dogana, né edifici. Il ponte, in pratica, finiva in un campo.

La versione ufficiale è che il Nord non aveva finito le infrastrutture. Quella meno ufficiale è che i rapporti con Pechino nel frattempo erano andati a rotoli: i test nucleari, le sanzioni ONU che la Cina stessa aveva votato nel 2017, l'esecuzione di Jang Song-thaek (lo zio di Kim, che con Pechino aveva ottimi agganci), poi la pandemia e un confine sigillato per anni. Insomma, non il clima ideale per tagliare nastri.
C'è anche una lettura più cinica, ed è quella che ci piace di più. Secondo Jung Eun-yi, del Korea Institute for National Unification di Seul, sentita dal Seoul Economic Daily, nel 2014 aprire il ponte sarebbe stato quasi un danno per il Nord: Sinuiju era una città spoglia, sarebbe diventata solo un punto di passaggio per le merci cinesi e avrebbe aumentato la dipendenza da Pechino senza portare granché in cambio. Tradotto: meglio un ponte chiuso che un ponte che ti trasforma in un magazzino del vicino ricco.
Perché proprio adesso
Perché nel frattempo Kim Jong-un ha imparato una lezione che ogni Gen Z conosce bene: se hai due persone che ti scrivono, ti rispondono più in fretta tutte e due. Dal 2023 Pyongyang si è avvicinata moltissimo a Mosca, fino a mandare oltre diecimila soldati a combattere per la Russia in Ucraina, e nelle scorse settimane ha inaugurato il suo primo ponte stradale con la Russia, sul fiume Tumen. A Pechino qualcuno deve aver notato che il ponte russo era stato aperto prima di quello cinese finito da dodici anni. Imbarazzante.
E così è partito il riavvicinamento: Kim accanto a Xi Jinping alla parata militare di Pechino dello scorso settembre, il ritorno dei treni passeggeri tra i due paesi a marzo dopo sei anni, la visita del ministro degli Esteri Wang Yi ad aprile e, a giugno, quella di Xi a Pyongyang, la prima dal 2019. Nei giorni scorsi sul ponte sono stati avvistati i primi veicoli, probabilmente in prova.

I numeri (e le sanzioni)
Finora quasi tutto il commercio su gomma tra Dandong e Sinuiju passava sul Ponte dell'Amicizia, una struttura del 1943, a una sola corsia per il traffico stradale, condivisa con la ferrovia. Un collo di bottiglia d'epoca coloniale giapponese per il principale partner commerciale del paese. Secondo le stime cinesi il nuovo ponte può reggere fino a 20mila veicoli e 50mila persone al giorno.
E il commercio sta già correndo: secondo Reuters le esportazioni cinesi verso la Corea del Nord hanno toccato l'anno scorso 2,3 miliardi di dollari, il massimo da sei anni (+25%), anche se ancora ben sotto i livelli pre-2017. Nel primo semestre di quest'anno l'interscambio totale è salito di quasi il 20%. Il dettaglio non piccolo è che Cina e Russia ormai contestano apertamente le risoluzioni ONU che loro stesse avevano approvato, e Seul e Washington le accusano di commerciare in violazione delle sanzioni. Secondo il professor Lim Eul-chul della Kyungnam University, il ponte potrebbe di fatto neutralizzare il regime sanzionatorio e rendere ancora più rigida la linea dei «due Stati ostili» con cui Kim ha chiuso ogni dialogo con il Sud.
Per i turisti cinesi, invece, niente da fare: Pyongyang non ha ancora ripreso a rilasciare i visti turistici. Le merci possono passare, le persone curiose ancora no. Del resto, come ha detto a Reuters il ricercatore Cho Han-bum, «nei rapporti tra Corea del Nord e Cina convivono sempre diffidenza e cooperazione». Un po' come in ogni relazione tossica che si rispetti: ci si ignora per dodici anni, poi l'altro esce con qualcuno di nuovo e all'improvviso è tutto pronto per il grande passo.
Morale: il ponte c'era, mancava la voglia. E per trovarla ci è voluta la gelosia.
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