Il sogno di ogni oggetto di plastica, da sempre, e' l'immortalita'. La bottiglietta che ti sei bevuto in tre minuti nel 2010 e' ancora la' fuori, da qualche parte, che ti sopravvivera' di quattro o cinque secoli. La plastica non muore: al massimo si fa a pezzi, diventa microplastica, e va a farsi un giro nel sangue, nella pioggia, nei pesci e — spoiler — anche in te. E' il coinquilino che non se ne va mai.
Ora un gruppo di ricercatori della Chinese University of Hong Kong, guidato da Zhuojun Dai, ha deciso di risolvere il problema alla radice con una mossa da film di fantascienza: una plastica che, quando glielo ordini tu, si autodistrugge in sei giorni. Senza lasciare briciole. Lo studio e' uscito su ACS Applied Polymer Materials.

Come si costruisce una plastica con l'autodistruzione integrata
L'idea e' geniale nella sua follia: dentro il materiale — nello specifico il policaprolattone (PCL), quella plastica gia' biodegradabile usata per la stampa 3D e i dispositivi medici — vengono incorporate spore dormienti di Bacillus subtilis, un batterio da manuale di microbiologia. Ingegnerizzato, pero', per produrre due enzimi che lavorano in coppia come una ditta di demolizioni ben organizzata.
Il primo enzima fa il tagliatore a casaccio: prende le lunghe catene del polimero e le spezzetta in punti random, riducendole a frammenti piu' corti. Il secondo e' il rifinitore metodico: parte dalle estremita' di quei pezzi e li mastica fino a ridurli ai singoli mattoncini di partenza, i monomeri. Insieme sono cosi' efficienti che — questa e' la parte grossa — non producono nemmeno una microplastica nel processo. La demolizione e' totale.

Il trucco: dorme finche' non le dai la sveglia
La domanda ovvia e': ma allora la plastica non ti si sbriciola tra le mani mentre la usi? No, ed e' qui il bello. Le spore restano dormienti, tranquille, e il materiale mantiene tutte le sue proprieta' meccaniche normali. Si svegliano solo quando ricevono la parola d'ordine: un brodo di nutrienti a 50 gradi. A quel punto le spore si attivano, iniziano a secernere gli enzimi e in sei giorni l'oggetto e' storia. Un prototipo di elettrodo indossabile si e' smaltito interamente in due settimane.
In pratica hai una plastica con l'interruttore di spegnimento. Finche' ti serve, esiste; quando hai finito, le dai la sveglia e sparisce da sola, riducendosi a molecole riutilizzabili invece che a coriandoli eterni.
Prima di stappare lo spumante
Calma. Per ora funziona su un solo tipo di plastica (il PCL, che era gia' dei buoni), e serve un innesco piuttosto specifico: 50 gradi e brodo di coltura non sono esattamente le condizioni dell'oceano dove finisce la maggior parte della plastica vera. Il prossimo passo dei ricercatori, infatti, e' proprio far scattare l'autodistruzione in acqua e allargare il trucco alle plastiche monouso, quelle che riempiono i mari e i nostri sensi di colpa.
Ma il principio e' quello che conta: invece di sperare che la natura, prima o poi, in qualche secolo, si degni di smontare i nostri rifiuti, glieli costruiamo gia' con dentro le istruzioni per smontarsi. La plastica del futuro potrebbe non essere quella che dura per sempre, ma quella che sa quando togliere il disturbo. Fosse cosi' facile con tutto il resto.
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