«Non per dire, ma.» E invece è esattamente per dire. È l'unica ragione per cui hai aperto bocca. Nessuno ha mai messo un «non per dire» davanti a un complimento. Lo metti davanti alla stoccata, come il cartello attenzione gradino appeso dopo che sei già caduto.
Funziona così: la prima metà della frase serve a smontare la seconda. «Con tutto il rispetto» è il permesso che ti dai da solo per non averne. «Sia chiaro, non è un problema» — è il problema. «Non voglio fare polemica» apre la polemica come una porta a spinta. Le piazziamo lì come airbag, come se annunciare una cosa scomoda la rendesse meno scomoda. Non la rende meno scomoda. La rende solo preceduta.
E la parte geniale è che ci caschiamo pure quando le usiamo noi. Dici «in tutta sincerità» e per un secondo ci credi davvero, come se un attimo prima stessi mentendo e adesso, giurin giurello, no. Come se la sincerità fosse un interruttore che si accende con una formula magica, e non, tipo, tutto il resto di quello che dici.
Poi vabbè. Non per dire. Ma lo sai anche tu.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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