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Scienza

Nobel per un cubo di ghiaccio (e chi l'ha bucato)

Il Nobel per la Fisica 2026 va a Francis Halzen, l'uomo che ha trasformato un chilometro cubo di ghiaccio antartico in un telescopio per neutrini. La chiamata l'ha ricevuta in Italia, a BergamoScienza. Intanto gli USA vogliono dimezzargli i fondi.

Diciamocelo: quando pensi a un telescopio ti immagini una cupola bianca in cima a una montagna, un tizio con la barba che guarda le stelle e magari un cielo cileno da cartolina. Non ti immagini un chilometro cubo di ghiaccio al Polo Sud, al buio, a meno cinquanta gradi, crivellato di buchi profondi due chilometri e mezzo. Eppure è proprio quello lo strumento che martedì 6 ottobre ha portato a Stoccolma il Premio Nobel per la Fisica 2026.

Il premiato è uno solo, Francis Halzen: 82 anni, nato nel 1944 a Tienen, in Belgio, dottorato alla KU Leuven e professore all'Università del Wisconsin–Madison dal 1987. La motivazione dell'Accademia reale svedese delle scienze, tradotta dal burocratese nobeliano, è questa: «per i contributi decisivi all'osservatorio di neutrini IceCube e per la scoperta di neutrini ad alta energia di origine astrofisica». In pratica gli hanno dato il Nobel per aver costruito un modo nuovo di guardare l'universo, e per averlo fatto infilando dei sensori nel ghiaccio.

Neutrini: i ghosting dell'universo

Per capire perché la cosa sia enorme bisogna parlare dei neutrini, cioè le particelle più antisociali del cosmo. Sono ovunque: mentre leggi questa frase ne stanno attraversando il tuo corpo miliardi al secondo, e tu non te ne accorgi. Passano attraverso la Terra intera senza fermarsi, non si fanno deviare dai campi magnetici, non salutano nessuno. Sono il ghosting fatto particella.

Proprio per questo sono preziosissimi. L'universo è pieno di acceleratori naturali (buchi neri, galassie attivissime, esplosioni stellari) che sparano particelle con energie fino a un milione di volte superiori a quelle che riusciamo a ottenere sulla Terra. La luce e le altre particelle, durante il viaggio, si perdono, vengono assorbite o deviate. I neutrini no: arrivano dritti e intatti, come una lettera spedita dall'altra parte del cosmo che nessuno ha aperto. Il problema è leggerla, perché quasi mai interagiscono con qualcosa.

Quasi mai, però, non è mai. Ogni tanto un neutrino colpisce il nucleo di un atomo e produce un minuscolo lampo di luce blu. Se hai abbastanza materia trasparente e abbastanza sensori, quel lampo lo vedi. Ed è qui che entra in scena l'idea, all'epoca leggermente folle, di Halzen.

Schema dell'osservatorio IceCube al Polo Sud con 86 cavi e 5.160 sensori ottici tra 1.450 e 2.450 metri di profondità
Lo schema di IceCube: 86 cavi, 5.160 sensori, ghiaccio fino a 2.450 metri di profondità (IceCube/NSF, via Scientific American)

L'idea del 1988: usare l'Antartide come rivelatore

Nel 1988 Halzen propone di usare il ghiaccio del Polo Sud come gigantesco rivelatore. Il ragionamento è di una semplicità quasi irritante: quel ghiaccio è limpidissimo, è isolato da quasi ogni tipo di interferenza e sta su una zona geologicamente stabile, senza terremoti. Serve solo, si fa per dire, bucarlo.

Il primo tentativo, il progetto AMANDA, parte nel 1993 e va maluccio: negli strati più superficiali il ghiaccio è pieno di bollicine d'aria che disperdono la luce e rovinano tutto. Altro che fallire velocemente come insegnano le startup: qui si fallisce lentamente, a meno cinquanta gradi, e poi si riprova scendendo più in profondità. Per scavare i pozzi si usano getti d'acqua calda che sciolgono il ghiaccio fino a chilometri sotto la superficie, poi ci si calano dentro i cavi con i sensori prima che tutto ricongeli.

Il risultato finale si chiama IceCube, completato nel 2011: 86 cavi d'acciaio con 5.160 sensori ottici, piazzati tra 1.450 e 2.450 metri di profondità, vicino alla base Amundsen-Scott. Un chilometro cubo di ghiaccio trasformato in occhio. Nel 2013 arriva l'annuncio che cambia tutto: i primi neutrini ad altissima energia provenienti da fuori dal Sistema solare. Anni dopo IceCube riesce perfino a puntare il dito su una sorgente precisa, la galassia NGC 1068, a circa 47 milioni di anni luce, da cui ha raccolto 79 neutrini. Per i fisici è l'equivalente di trovare il mittente di una lettera anonima.

Halzen stesso ha ammesso che il successo era tutt'altro che garantito: nessuno sapeva se un chilometro cubo bastasse a vedere qualcosa. «Questa è stata la scommessa più grande». Una scommessa da centinaia di milioni di dollari su particelle che, per definizione, non si fanno vedere. Nel 2026 sembra un'idea ovvia. Nel 1988 sembrava la trama di un film di fantascienza di serie B.

Se ti piacciono le storie di segnali che arrivano dallo spazio profondo, sul blog avevamo già parlato del pianeta che ci manda segnali radio e del nuovo decagono di Saturno. L'universo, a quanto pare, ha molta voglia di chiacchierare. Siamo noi che non avevamo le orecchie giuste.

Il fisico Francis Halzen, premio Nobel per la Fisica 2026, all'Università del Wisconsin–Madison
Francis Halzen, 82 anni, principal investigator di IceCube (foto del 2024, via Il Post)

La telefonata è arrivata in Italia

Il dettaglio più simpatico della giornata parla italiano. Quando da Stoccolma lo hanno chiamato, Halzen era in Italia, ospite di BergamoScienza, dove doveva tenere una conferenza dal titolo, a posteriori perfetto, «A caccia di neutrini: il telescopio sepolto nel ghiaccio». Immagina il pubblico che si ritrova in sala un premio Nobel fresco di giornata. Altro che biglietto per il concerto dell'anno.

Al telefono ha detto che è stata «una grande sorpresa» e che non se lo aspettava. Poi ha fatto la cosa elegante: ha girato il merito. «Spero che questo premio rifletta il lavoro delle persone davvero coraggiose che si sono unite a me». Che è anche il punto debole, o almeno discutibile, di questo Nobel: IceCube è il lavoro di una collaborazione internazionale enorme, ma la statuetta va a una persona sola. È il primo Nobel per la Fisica con un unico vincitore dal 1992. Il comitato, con Mark Pearce, ha parlato di «tenacia e visione scientifica che hanno aperto la strada a un nuovo tipo di astronomia». Vero. Ma la scienza moderna è un lavoro di squadra, e il Nobel continua a trattarla come una gara di salto in alto.

Il plot twist: il premio arriva mentre tagliano i fondi

E qui arriva la parte cinica, che a noi riesce sempre bene. Come ricorda Scientific American, la proposta di bilancio 2027 dell'amministrazione Trump prevede di dimezzare i finanziamenti a IceCube. Sì: lo stesso esperimento che il mondo ha appena premiato con il riconoscimento scientifico più importante del pianeta rischia di ritrovarsi con metà dei soldi. Nel frattempo la comunità lavora a IceCube-Gen2, l'upgrade da otto chilometri cubi di ghiaccio che dovrebbe moltiplicare le scoperte. Sempre che qualcuno lo paghi.

È la solita storia della ricerca di base: nessuno capisce a cosa serva finché non arriva un Nobel, e il giorno dopo si torna a chiedere perché costi così tanto. I neutrini, per la cronaca, continueranno ad attraversarci a miliardi senza chiedere il permesso. La cerimonia di consegna è fissata per il 10 dicembre a Stoccolma, con un assegno da 12 milioni di corone svedesi, poco più di un milione di euro. Il messaggio è chiaro: a volte, per vedere più lontano, invece di guardare in alto devi scavare in basso. Molto in basso. Al freddo.


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