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La Lombardia ha 8.771 tablet e nessuno li vuole

Nel 2017 la Regione spese 23 milioni per i tablet del referendum sull'autonomia: dovevano finire nelle scuole. Nove anni dopo ne restano 8.771 in magazzino e non li vuole nessuno, nemmeno gratis.

Diciamocelo: tutti abbiamo in casa un cassetto della vergogna. Caricabatterie di telefoni che non esistono più, un lettore MP3 con dentro gli Articolo 31, il cavo di qualcosa che non sapremo mai cosa fosse. Ecco, la Regione Lombardia ha la stessa cosa. Solo che il suo cassetto è un magazzino, dentro ci sono 8.771 tablet e il conto l'hanno pagato i contribuenti: circa 23 milioni di euro.

Sono le famose voting machine del referendum sull'autonomia del 22 ottobre 2017, quello voluto dall'allora presidente Roberto Maroni. Nove anni dopo la Regione sta ancora cercando di regalarle. E non le vuole nessuno. Nemmeno gratis. Nemmeno se te le porti via tu.

Il grande esperimento digitale (con la batteria al 6%)

Facciamo un salto indietro. Nel 2017 la Lombardia decide di diventare la prima a far votare gli italiani senza la scheda di carta. Compra 24.760 dispositivi prodotti dalla società Smartmatic, comprensivi di software, sistemi di sicurezza, assistenza e formazione. Sembrano tablet ma non lo sono davvero: sono macchine progettate per fare una sola cosa, cioè registrare un voto, con sopra Ubuntu e un touchscreen con tre opzioni. Sì, No, scheda bianca.

Una voting machine Smartmatic durante il voto di test del referendum lombardo del 2017
Una delle voting machine durante il voto di test del 21 ottobre 2017. Notare la batteria in basso a destra: 6%. (Nicola Marfisi/AGF, via AGI)

Com'è andata? Il «Sì» ha stravinto con oltre il 95%, ma ha votato solo il 38% degli aventi diritto. E il debutto tecnologico, raccontava AGI all'epoca, è stato quello che è stato: macchine che non si configuravano, batterie difettose, un help desk praticamente irraggiungibile per tutto il weekend, presidenti di seggio rimasti lì fino alle otto di sera ad aspettare un tecnico che non arrivava. Nei giorni prima era pure venuto fuori che un server di Smartmatic non sarebbe stato adeguatamente protetto. Con l'affluenza così bassa, molti seggi hanno usato una macchina su tre. Gli altri due tablet sono stati lì a fare da soprammobile. Una specie di anteprima di quello che sarebbe successo dopo.

Ma tranquilli, c'era il piano. Maroni rispondeva alle polemiche sui costi con la frase che ogni politico tiene nel taschino: «È un investimento». Dopo il voto i dispositivi sarebbero andati alle scuole, come strumenti didattici. Il futuro, l'innovazione, la lavagna del domani.

Le scuole: «Grazie, ma anche no»

I tablet sono finiti davvero in comodato d'uso gratuito per cinque anni a scuole, associazioni ed enti. Il problema è che già nel 2018 i presidi raccontavano di difficoltà assortite: troppo pesanti, incompatibili con i programmi scolastici, touchscreen scomodi e nessuno spazio dove metterli. Hai presente quando ti regalano un tapis roulant e ti rendi conto che in casa non ci sta? Ecco, moltiplicato per qualche migliaio di aule.

Finito il comodato, a inizio 2025 circa 15.760 macchine sono state assegnate definitivamente a chi le aveva in mano. Ma tante scuole hanno detto chiaramente che le volevano restituire. Risultato: nei magazzini regionali sono tornate circa 9.000 voting machine, più 1.200 kit di auditing e 1.200 contenitori. E come le abbiano usate le scuole tra il 2023 e oggi, onestamente, non lo sa nessuno.

Una voting machine Smartmatic con la schermata del referendum regionale consultivo di Regione Lombardia
«Referendum Regionale Consultivo»: la schermata d'avvio che non si accende più per nessuno (via ComoZero)

Il bando per regalarli. Fallito.

Qui la storia diventa da sketch. A novembre 2025 la Regione pubblica una manifestazione d'interesse per cedere gratis tutto lo stock, con l'idea di recuperarne i componenti «secondo principi di economia circolare». Si fa avanti un soggetto che se li aggiudica praticamente tutti. Poi però non passa mai a ritirarli. Come quando su Vinted ti scrivono «lo prendo io!!» e poi spariscono per sempre. A inizio settembre l'assegnazione è decaduta.

In graduatoria restano 17 richiedenti che, tutti insieme, vogliono 229 macchine. Anche se le ritirassero davvero, resterebbero sugli scaffali 8.771 tablet, cioè oltre il 97% dello stock.

Martedì, durante un question time in consiglio regionale, il vicepresidente del consiglio Emilio Del Bono (PD) ha chiesto cosa si pensa di farne: «Dopo aver speso 23 milioni di euro per acquistare 25mila dispositivi, serviti per una sola giornata di voto, al momento non sappiamo quale sarà la destinazione di gran parte di queste apparecchiature». E ha chiesto un censimento aggiornato su dove siano finiti tutti gli altri.

La risposta: «Sono roba del 2016»

Il sottosegretario con delega a Controlli, patrimonio e digitalizzazione, Ruggero Invernizzi, ha risposto con un'onestà quasi commovente: si tratta di «dispositivi elettronici ormai desueti e non più in grado di operare», basati su tecnologie del 2016, superati dai nuovi modelli di noleggio. Quindi, testuale, «i dispositivi residui non sono più utilizzabili».

E già che c'era, Invernizzi ha ricordato che il voto elettronico era nato da un accordo politico con il Movimento 5 Stelle, che serviva per raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria a indire il referendum. Traduzione: la colpa è un po' anche vostra. Il classico «l'abbiamo deciso insieme» che si usa nelle coppie quando l'IKEA non si monta.

Il dettaglio che non ti aspetti: Smartmatic

C'è poi un dettaglio che rende la storia ancora più surreale. Smartmatic, l'azienda che ha costruito i nostri tablet lombardi, è la stessa finita al centro delle teorie del complotto sulle presidenziali americane del 2020. Fondata da tre venezuelani dopo il caos dei voti contati a mano in Florida nel 2000, nel 2021 ha fatto causa a Fox News, a Rudy Giuliani e ad alcuni conduttori della rete chiedendo 2,7 miliardi di dollari di danni per le accuse di brogli. Ancora oggi è uno dei più grossi casi di diffamazione aperti contro la rete di Murdoch.

Insomma: negli Stati Uniti mezzo mondo MAGA è convinto che quelle macchine possano ribaltare un'elezione presidenziale. In Lombardia non riescono nemmeno a farle accendere.

Morale della favola

Facciamo due conti da bar: 23 milioni diviso 24.760 dispositivi fa più di 900 euro a pezzo. Il prezzo di un buon portatile, per un oggetto che ha lavorato un giorno e poi ha passato quasi un decennio a girare tra aule e magazzini. Senza contare che quasi novemila apparecchi elettronici obsoleti, prima o poi, diventeranno rifiuti elettronici da smaltire. Altro che economia circolare: qui il cerchio si chiude in discarica.

La lezione, se ce n'è una, è che la parola «investimento» in politica funziona come «io sono fatto così»: si pronuncia prima, e poi nessuno ne risponde. Il digitale non è un oggetto che compri una volta e appoggi su un banco di scuola. Invecchia, va aggiornato, va pensato per durare. Altrimenti resta quello che è: un tablet molto costoso in un magazzino molto grande. Se vi serve un fermacarte da 900 euro, sapete a chi scrivere.


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