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Scienza

Le stelle piu' fredde? Forse le hanno costruite gli alieni

Uno studio dell'Universita' dell'Arkansas dice dove cercare le sfere di Dyson: attorno alle nane rosse e bianche, cacciando l'infrarosso gelido. Cinque candidate aspettano ancora. Spoiler: gli alieni non li abbiamo trovati.

C'e' un certo genere di titolo scientifico che sa esattamente come agganciarti: metti insieme le parole "alieni", "megastrutture" e "le stelle piu' fredde della galassia" e hai gia' vinto lo scroll. La buona notizia e' che stavolta dietro il clickbait c'e' della fisica seria. La cattiva e' che, come sempre, la risposta corretta resta un deludente "boh, forse, vediamo".

Partiamo dalle basi, che poi sono anche le piu' divertenti. Nel 1960 il fisico Freeman Dyson se ne uscì con un'idea che sembra uscita da un romanzo di fantascienza (e infatti ne ha ispirati parecchi): una civilta' abbastanza avanzata, a un certo punto, smetterebbe di litigare per il petrolio e si costruirebbe direttamente addosso alla propria stella. Non un pianeta: un guscio, o piu' realisticamente uno sciame di pannelli che avvolge il sole di casa per succhiarne tutta l'energia. Questa roba si chiama sfera di Dyson, ed e' da 65 anni il modo preferito degli scienziati per dire "immagina di essere ricchissimo di energia".

Rappresentazione artistica di una sfera di Dyson attorno a una stella
Una sfera di Dyson secondo gli artisti: un guscio di pannelli che avvolge la stella e ne divora l'energia. Rendering, ovviamente — di foto reali per ora zero.

Il nuovo indizio: cercate dove nessuno guarda

La svolta arriva da uno studio firmato da Amirnezam Amiri, dell'Universita' dell'Arkansas, uscito come preprint su arXiv e in arrivo sulla rivista Universe. La domanda di partenza e' molto pratica: se davvero qualcuno ha costruito una di queste cose, dove diavolo dovremmo puntare i telescopi?

La risposta di Amiri e' controintuitiva e per questo geniale: non attorno alle stelle grosse e appariscenti, ma attorno alle piu' umili. Nello specifico due categorie:

  • Le nane rosse — le stelle piu' comuni della Via Lattea, quelle che bruciano il carburante cosi' lentamente da vivere trilioni di anni. Costruirci intorno uno sciame a distanza ravvicinata (0,05–0,3 unita' astronomiche) richiederebbe molto meno materiale che avvolgere un gigante.
  • Le nane bianche — cadaveri stellari collassati fino all'1% della loro taglia originale. Ci potresti mettere uno sciame a pochi milioni di chilometri dalla superficie, riducendo la scala del progetto da "follia cosmica" a "follia gestibile".

Tradotto: una civilta' che vuole risparmiare sui materiali (relatable) sceglierebbe la stella piccola. E noi, finora, le stelle piccole le abbiamo bellamente ignorate.

Come si riconosce una megastruttura da una stella normale

Qui la faccenda si fa concreta. Una sfera di Dyson, per definizione, ruba luce visibile e la ributta fuori come calore infrarosso. Il che significa tre firme piuttosto specifiche da cercare:

  • Un infrarosso gelido. Lo sciame brillerebbe a temperature bassissime — anche intorno ai 50 kelvin, roba tipo due ordini di grandezza piu' fredda di una nana rossa normale (che sta sui 3.000 K). In pratica: se becchi una "stella" assurdamente fredda, drizza le antenne.
  • Uno spettro troppo pulito. Le stelle vere sono circondate da polvere, dischi, silicati, il solito disordine cosmico. Una struttura artificiale darebbe uno spettro sospettosamente ordinato. La natura non fa le pulizie: se qualcosa e' troppo in ordine, insospettisciti.
  • Uno sfarfallio innaturale. Migliaia di pannelli indipendenti in orbita produrrebbero variazioni di luminosita' irregolari e "sbagliate", diverse da qualsiasi pulsazione stellare conosciuta.
Concept artistico di uno sciame di collettori solari attorno a una stella
Non un guscio solido ma uno sciame di collettori: e' questa la versione "ingegneristicamente meno assurda" della sfera di Dyson.

Ok, e i telescopi?

Il bello del 2026 e' che gli strumenti giusti ci sono. Il James Webb vive letteralmente per l'infrarosso, la vecchia gloria WISE ha gia' mappato mezzo cielo in quella banda, e con l'arrivo a pieno regime degli osservatori Rubin e Roman la caccia diventa finalmente una cosa che si fa, non solo una che si teorizza in un paper.

E candidati, a dirla tutta, gia' ce n'erano. Nel 2024 il Progetto Hephaistos aveva passato al setaccio circa 5 milioni di stelle tirando fuori sette candidate sospette, tutte nane rosse. Poi una e' caduta: dietro il segnale strano c'era semplicemente un buco nero supermassiccio perfettamente allineato sullo sfondo (la scusa piu' cosmica di sempre per un buco nell'acqua). Ne restano cinque, ancora li' che aspettano un'occhiata piu' seria.

Prima di chiamare gli alieni, respira

Doccia fredda doverosa, perche' ce la meritiamo tutti. Al SETI sono i primi a mettere le mani avanti: una cosa e' avere un metodo per distinguere una megastruttura da un fenomeno naturale, un'altra e' avere una rilevazione vera. Un conto e' la lista della spesa, un altro e' la cena.

Perche' il punto fastidioso e' che ogni firma "aliena" ha quasi sempre una spiegazione naturale piu' noiosa e piu' probabile: una stella avvolta di polvere, un disco protoplanetario, un allineamento fortunato. La storia della scienza e' un cimitero di segnali "sicuramente artificiali" poi rivelatisi banalissima astrofisica. E va benissimo cosi': significa che il metodo funziona e che nessuno sta barando per fare la copertina.

Quindi no, non abbiamo trovato gli alieni. Abbiamo pero' finalmente una mappa del tesoro decente e i telescopi per seguirla. Che, per una specie che fino a ieri cercava civilta' galattiche puntando piu' o meno a caso, e' comunque un bell'upgrade. Se poi una di quelle cinque nane rosse dovesse fare la cosa sbagliata al momento giusto — beh, quel giorno lo scroll ce lo ricorderemo tutti.


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