La geopolitica, ogni tanto, arriva anche dove meno te l’aspetti: in un mucchio di pinne di squalo lasciate a seccare. Una petizione del Center for Biological Diversity chiede al governo USA di identificare e potenzialmente sanzionare la Cina perché le sue regole contro lo shark finning non sarebbero comparabili agli standard americani. Tradotto: se l’agenzia federale NOAA Fisheries desse ragione agli ambientalisti, Washington potrebbe arrivare a restringere le importazioni di seafood cinese. Il sushi diplomatico, improvvisamente, sa di tribunale.

Secondo Ars Technica e Inside Climate News, il punto non è solo “la Cina pesca troppo”, che già basterebbe a rovinare l’aperitivo. Il punto è la differenza fra una regola controllabile e una regola con dentro abbastanza buchi da farci passare una flotta. Negli Stati Uniti gli squali devono essere sbarcati con le pinne naturalmente attaccate: una misura brutale nella sua semplicità, perché evita il giochino contabile del separare pinne e carcasse e poi far finta che tutto torni.
La Cina ha formalmente vietato il finning, ma secondo la petizione continua a permettere sistemi basati su rapporti di peso — per esempio pinne entro una certa percentuale del corpo dello squalo — che rendono i controlli un incubo. Alex Olivera, scienziato senior del Center for Biological Diversity, la mette giù senza glitter: una volta separate le pinne dai corpi, capire specie, quantità e legalità diventa un “gioco matematico” più che una catena di custodia. Bellissimo, se il tuo hobby è trasformare l’estinzione in un foglio Excel.
I numeri fanno la parte del pugno nello stomaco. Le popolazioni di squali oceanici e razze sono crollate di oltre il 70% dal 1970; più di un terzo delle specie di squali e razze è minacciato di estinzione. Ogni anno, secondo le fonti consultate, vengono catturati o uccisi circa 80 milioni di squali, tra pesca diretta e bycatch. Nel solo Pacifico occidentale e centrale, dati ufficiali citati dalla petizione indicano che nel 2023 navi cinesi hanno scartato più di 10 mila verdesche e quasi 1.700 mako pinna corta.

La parte economicamente succosa — quindi quella che fa muovere davvero le sedie — è il Moratorium Protection Act. Se il National Marine Fisheries Service identificasse la Cina come Paese non conforme agli standard USA di conservazione degli squali, si aprirebbe una fase di consultazioni e poi una possibile certificazione negativa. A quel punto il presidente potrebbe limitare le importazioni di prodotti ittici cinesi. Parliamo, secondo Ars, di un mercato da circa 1,5 miliardi di dollari. Insomma: non una ramanzina con la spilletta del delfino, ma una minaccia commerciale abbastanza grande da far tossire qualcuno in ambasciata.
SeafoodSource aggiunge un dettaglio utile: nel 2024 Cina e Giappone hanno contribuito a bloccare, dentro l’ICCAT, una proposta sostenuta da circa l’80% dei membri per imporre la regola delle pinne naturalmente attaccate. greenMe aveva raccontato quella sconfitta come l’ennesimo caso in cui la scienza dice “per favore, smettiamola” e il commercio risponde “interessante, ma avete visto i margini?”.
Naturalmente non è detto che domani mattina partano le sanzioni. La macchina americana dovrà valutare, consultare, certificare, produrre carta, generare acronimi e probabilmente convocare abbastanza riunioni da far invecchiare un mako. Però la notizia resta importante perché sposta il finning dal reparto “orrore ambientale che tutti deplorano” al reparto più efficace: costo commerciale. E purtroppo, nel 2026, molti governi capiscono meglio un container bloccato di una specie che sparisce.
Morale della favola marittima: gli squali sono sopravvissuti a centinaia di milioni di anni, estinzioni di massa incluse. Sarebbe abbastanza imbarazzante perderli perché non siamo riusciti a decidere se una pinna deve restare attaccata al corpo fino al porto. Ma ehi, l’umanità ha sempre avuto talento per rendere complicate le cose ovvie.
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