La macchina moderna doveva essere il salotto intelligente con le ruote: ti chiama i soccorsi, ti trova la strada, ti fa sentire in un episodio premium della mobilità. Piccolo dettaglio: mentre tu pensavi di guidare, lei prendeva appunti. E non appunti poetici tipo “tramonto bello sulla tangenziale”. Appunti molto più vendibili: dove vai, dove parcheggi, come acceleri, quanto corri, che abitudini hai.
General Motors ha accettato di pagare 12,75 milioni di dollari per chiudere una causa in California sulle accuse di vendita illecita dei dati dei conducenti. Secondo il procuratore generale Rob Bonta e altri uffici californiani, GM avrebbe raccolto dati tramite OnStar e li avrebbe venduti a due broker, LexisNexis Risk Solutions e Verisk Analytics, senza spiegare abbastanza bene ai clienti cosa stava succedendo. Traduzione non legale: il pulsante dell’assistenza sembrava un angelo custode, ma aveva anche un canale laterale da spreadsheet con le gambe.
Il pacchetto, raccontano Reuters, TechCrunch e il Dipartimento di Giustizia della California, includeva nomi, contatti, geolocalizzazione e comportamento alla guida di centinaia di migliaia di persone. Roba perfetta per costruire profili, punteggi, valutazioni di rischio e tutta quella liturgia moderna in cui la tua vita viene trasformata in una tabella e poi qualcuno ti dice che è “personalizzazione”. Spoiler: quando la personalizzazione riguarda il tuo premio assicurativo, il mood cambia.
Il punto non è solo GM. È l’auto connessa come categoria mentale. Ci siamo abituati all’idea che il telefono sappia troppo, il browser sappia troppo, la smart TV sappia troppo. Ma l’auto ha una qualità speciale: conosce la tua geografia reale. Casa, lavoro, scuola dei figli, medico, palestra dove hai pagato l’abbonamento e poi sei sparito. Se sai dove si muove una macchina, sai parecchio della persona che ci sta dentro. Altro che “dati anonimi”: qui il volante ha più gossip del portiere.
Secondo la California, GM avrebbe guadagnato circa 20 milioni di dollari a livello nazionale da queste vendite. Il patteggiamento, ancora soggetto all’approvazione del tribunale, impone restrizioni sull’uso dei dati di guida, un divieto quinquennale sulla vendita a broker e l’obbligo di cancellare certe informazioni dopo 180 giorni se non c’è consenso esplicito. GM, da parte sua, dice che la vicenda riguarda Smart Driver, un prodotto dismesso nel 2024, e che l’accordo rafforza pratiche di privacy già migliorate. Frase aziendale standard: lucida, calma, con quell’odore di tappetino nuovo dopo che qualcuno ha rovesciato il caffè.
La parte tragicomica è che in California, a quanto pare, gli automobilisti non avrebbero subito aumenti assicurativi diretti per questi dati, perché la legge statale impedisce agli assicuratori di usarli per fissare le tariffe. Quindi il sistema ha fatto la cosa più 2026 possibile: ha creato un problema enorme, ma per fortuna un altro pezzo di burocrazia lo ha bloccato prima che diventasse bolletta mensile. Un raro caso in cui il modulo vince sul capitalismo predatorio. Godiamocelo per tre secondi.
Resta la morale, abbastanza banale e quindi probabilmente ignorata: se un oggetto è “smart”, qualcuno sta decidendo quanto può essere ficcanaso. E l’auto è il dispositivo smart più pesante, costoso e socialmente accettato che abbiamo. Non la cambi ogni due anni come un telefono; ci affidi il corpo, la famiglia, le routine. Se anche lei diventa una miniera di dati comportamentali, forse il problema non è più “leggere l’informativa privacy”. È capire perché ogni comodità debba arrivare con un microfono, un GPS e un business model che ti guarda nello specchietto retrovisore.
Immagine: pulsante OnStar in un veicolo GM, fonte TechCrunch.
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