La Terra, che già faceva vulcani, placche tettoniche e terremoti senza chiedere il permesso al calendario, ora scopriamo che potrebbe anche fabbricarsi acqua nuova nelle profondità. Non acqua “nascosta in una borraccia geologica”, ma H2O prodotta quando l’idrogeno molecolare incontra minerali ricchi di ossigeno. In pratica: il pianeta sotto sotto ha un laboratorio chimico e noi sopra ancora litighiamo col calcare del bollitore.
La notizia arriva da uno studio pubblicato su Science Advances e raccontato da RaiNews, ANSA e Le Scienze. Il lavoro è guidato da Alberto Vitale Brovarone, dell’Università di Bologna, con un gruppo che mette insieme Italia, Francia, Stati Uniti, Germania ed ESA. Quindi no, non è la teoria di tuo zio dopo due spritz: è geochimica con passaporto internazionale.

Finora il ciclo dell’acqua lo abbiamo raccontato più o meno così: oceani, evaporazione, nuvole, pioggia, fiumi, mare, ripeti finché la scuola media non finisce. Poi c’è la parte meno da poster in classe: l’acqua intrappolata chimicamente nelle rocce dei fondali, trascinata in profondità dalla tettonica a placche e liberata quando i minerali cambiano faccia sotto pressione e temperatura.
La scoperta aggiunge un pezzo più disturbante e interessante: nelle profondità della crosta e del mantello può esserci idrogeno molecolare, H2, un gas molto sfuggente. Se questo idrogeno incontra minerali “secchi” ma pieni di ossigeno, può avvenire una reazione di ossidoriduzione che genera nuove molecole d’acqua e minerali idratati. Traduzione per chi ha lasciato chimica in ostaggio al liceo: anche dove pensavamo ci fossero solo rocce asciutte, la Terra potrebbe produrre umidità da sola, come un appartamento al piano terra ma con più mantello.
Le implicazioni non sono esattamente da nota a piè pagina. Secondo i ricercatori, quantità anche piccole di acqua possono cambiare le proprietà chimiche e fisiche delle rocce profonde: abbassare il punto di fusione, favorire la formazione di magma, modificare la deformazione delle rocce e quindi toccare anche i processi collegati alla sismicità. Non vuol dire “abbiamo trovato il pulsante dei terremoti”, calma. Vuol dire che i modelli con cui immaginiamo la macchina interna del pianeta potrebbero essere un po’ meno completi di quanto ci piaceva credere.

C’è poi la parte spaziale, perché naturalmente appena trovi acqua in un posto strano arriva qualcuno con una sonda e la domanda “ma quindi alieni?”. Il punto è più sobrio: se reazioni simili avvengono anche su altri corpi celesti, la presenza di minerali idratati potrebbe non raccontare solo una vecchia storia di oceani evaporati o ghiacci sciolti. Potrebbe indicare anche acqua prodotta in profondità. E dove c’è acqua, nel vocabolario dell’astrobiologia, parte subito il radar per possibili ambienti abitabili.
Il bello — o il fastidio, dipende dal tuo rapporto con la certezza — è che questa cosa era “sotto gli occhi di tutti”, dice Vitale Brovarone, ma non veniva letta nel modo giusto. Succede spesso: guardiamo rocce, numeri, mappe, poi un dettaglio cambia il senso del quadro e improvvisamente il pianeta sembra meno una sfera solida e più un coinquilino con hobby chimici segreti.
Quindi sì: mentre noi discutiamo se bere due litri d’acqua al giorno o limitarci al caffè come scelta esistenziale, sotto i nostri piedi potrebbe esserci un ciclo parallelo, profondo, poco fotogenico e gigantesco. La Terra non si limita a riciclare l’acqua. A quanto pare, in certe condizioni, se la cucina anche.
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