C’è una cosa leggermente minacciosa nelle sedie vuote. Non tutte. Quelle pieghevoli no, loro sono solo stanche. Parlo della sedia singola, messa in un angolo, troppo composta per essere innocente. La guardi e sembra che abbia appena finito una riunione su di te.
Una sedia vuota promette riposo, ma in realtà chiede spiegazioni. Perché non ti siedi? Perché passi oltre? Perché hai lasciato lì quella maglietta tre giorni fa e ora fate entrambi finta che sia arredamento? Gli oggetti immobili hanno questo vantaggio sleale: non devono fare niente per sembrare superiori.
Forse è per questo che nelle sale d’attesa ci comportiamo tutti da imputati. Ci sono venti sedie libere e scegliamo quella meno compromettente, lasciando sempre un posto di distanza, come se la plastica avesse un’opinione sulla nostra igiene morale. Poi arriva qualcuno e si siede proprio accanto a noi. Fine della civiltà, inizio del thriller.
La sedia resta lì. Disponibile, muta, leggermente delusa. E noi continuiamo a chiamarla mobile, solo perché ammettere che certi oggetti ci giudicano sarebbe un problema condominiale.

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