Prendi un carrello. Sembra a posto. Quattro ruote, tutte uguali, tutte serie. Poi arrivi alla corsia dei surgelati e la terza ruota fa coming out: ha deciso che oggi si va a ovest, mentre tu vorresti puntare dritto verso i piselli. Non c'e' verso. Tu sterzi a destra, lei tira a sinistra, come se avesse letto da qualche parte che la tua direzione e' sopravvalutata.
La cosa che mi frega e' che nessun ingegnere l'ha progettato cosi'. Non e' una feature. E' solo entropia con le rotelle, un pezzo di metallo che a un certo punto ha smesso di collaborare e nessuno se n'e' accorto abbastanza da metterlo da parte. Lo spingi di traverso, con un braccio solo, e a fine spesa hai un bicipite piu' allenato dell'altro. Palestra gratis, non richiesta, offerta dalla casa.
E qui la parte assurda: non lo cambi mai. Potresti. Ce ne sono altri quaranta identici all'ingresso, fermi, obbedienti. Ma no. Ci hai gia' messo le mani, ormai e' tuo, e' diventata una questione di principio tra te e un oggetto difettoso. Quasi tenerezza. Poi pero' ti chiedi dove vanno a finire, questi carrelli, quando li molli. E la risposta la trovi in fondo a un fosso, mezzi sommersi nell'acqua verde, finalmente liberi di andare esattamente dove volevano fin dall'inizio. A sinistra, immagino.

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