C’è un momento preciso, davanti a una porta automatica, in cui smetti di essere una persona e diventi una domanda. Ti avvicini. Lei niente. Fai un passo laterale, come un pinguino in giacca. Lei ancora niente. Dietro di te arriva uno qualunque, probabilmente uno che compra yogurt bianco senza vergogna, e la porta si apre subito. Naturalmente.
Non è tecnologia. È giudizio morale con le fotocellule. La porta ti ha visto e ha deciso: non oggi. Tu allora fai quella danza umiliante, avanti-indietro, braccia leggermente aperte, cercando di convincere un rettangolo di vetro che esisti abbastanza. È una delle poche situazioni in cui un essere umano chiede validazione a un ingresso.
E forse il punto è quello. Passiamo la giornata a fingere controllo, password, badge, notifiche, facce serie. Poi basta una porta del supermercato che non si apre e torniamo alla verità: siamo carne con scarpe, in attesa che qualcosa di stupido ci riconosca.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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