La password del Wi-Fi è diventata la stretta di mano moderna. Prima ti guardano. Poi guardano il telefono. Poi di nuovo te. Non stanno chiedendo internet, stanno chiedendo asilo politico per il loro pacchetto dati morente.
E tu fai finta di pensarci. Come se stessi proteggendo una centrale nucleare e non un router con il nome ancora impostato su Vodafone-7A3F. Però quel mezzo secondo di esitazione dice tutto: il potere esiste, solo che a volte ha quattro tacche e una password scritta sotto la scatola.
La cosa ridicola è che nessuno vuole davvero condividere. Vogliamo sembrare generosi mantenendo il controllo. “Certo, te la do”, ma intanto scegliamo se dettarla lentamente, mandarla su WhatsApp, o far digitare all’ospite quei simboli assurdi mentre sbaglia la O con lo zero. Piccola crudeltà domestica. Civiltà, più o meno.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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