C’è una cosa che dovrebbe far sudare freddo più di una password scritta su un post-it: il capo dell’agenzia nazionale che deve proteggerci dagli attacchi informatici si dimette. Così, a fine giornata, mentre il Paese stava probabilmente litigando con lo SPID, è arrivata la notizia: Bruno Frattasi ha lasciato la guida dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.
Secondo ANSA e Open, l’ex prefetto di Roma ha comunicato a Palazzo Chigi le dimissioni per “motivi personali”. Era alla guida dell’ACN dal marzo 2023, cioè da quando la sicurezza digitale italiana aveva già smesso da un pezzo di essere “roba da tecnici” ed era diventata infrastruttura, geopolitica, sanità, trasporti, pubblica amministrazione, insomma: tutto quello che si rompe quando qualcuno clicca sul link sbagliato.

Il nome in pole per sostituirlo, riportano Open e RaiNews, è Andrea Quacivi, ex amministratore delegato di Sogei e oggi alla guida di Geoweb. Tradotto dal curriculumese: una figura che arriva dal mondo dei servizi informatici pubblici, big data e infrastrutture digitali. Esattamente il punto in cui l’Italia ama ripetere “transizione digitale” e poi scoprire che il server del modulo online ha preso ferie.
La versione ufficiale è lineare. Quella politica, come sempre, ha più sottotitoli. Il Fatto Quotidiano scrive che negli ultimi mesi sarebbe venuta meno la fiducia del governo, citando polemiche e incidenti informatici che hanno coinvolto istituzioni e grandi aziende. È una ricostruzione giornalistica, quindi va presa per quello che è: non una sentenza, ma un termometro. E il termometro, diciamo, non segnava “tutto chill”.
Il punto non è solo chi entra e chi esce. Il punto è che l’ACN sta seduta sopra una delle ansie più concrete del 2026: difendere reti pubbliche, aziende strategiche, dati sanitari, giustizia, trasporti, ministeri, scuole, comuni e quell’universo di portali che sembrano progettati da qualcuno che odia l’utente ma ama i popup.

La parte ironica, cioè tragica con la cravatta, è che la cybersicurezza nazionale non può permettersi lunghi momenti di assestamento. Gli attacchi non aspettano il Consiglio dei ministri, non leggono i comunicati, non sospendono la campagna malware perché “c’è un passaggio di consegne”. Il phishing continua. I ransomware pure. I database lasciati aperti fanno quello che sanno fare meglio: essere trovati.
Quindi sì, la notizia è istituzionale. Ma sotto c’è una domanda molto meno cerimoniale: l’Italia riesce a trattare la sicurezza digitale come infrastruttura vitale, o continuerà a scoprirla solo quando qualcosa finisce offline? Perché il futuro non bussa più alla porta. Entra da una vulnerabilità non patchata e chiede pure i privilegi admin.
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