Scegli la coda. Lo fai in un secondo, con la sicurezza di un ingegnere: meno persone, carrelli più piccoli, niente vecchietti col portafoglio a soffietto. Calcoli tutto. Ti metti lì convinto di aver vinto. E un attimo dopo quella di fianco — quella che avevi scartato, la coda dei perdenti — comincia a scorrere, e la tua no.
C’è sempre un motivo, e il motivo è sempre davanti a te. Il prodotto senza codice a barre. La signora che paga in monetine contate una a una. Il cambio scontrino, il «controllo prezzo alla quattro» gracchiato nell’altoparlante mentre tutti dietro di te fanno lo stesso sospiro. Tu hai fatto la cosa giusta. È l’universo che ha deciso di no.
E poi c’è lui: quello che cambia coda. Lo guardi mollare la sua e infilarsi in un’altra, e nel preciso istante in cui ci si mette, anche quella si pianta. Se la porta dietro. È una maledizione che cammina. Tu invece non cambieresti mai, perché lo sai: nel momento esatto in cui ti sposti, la tua vecchia coda parte come un razzo e tu resti lì a guardarla andare via, tradito.
La verità è che non esiste una coda giusta. Esiste solo quella in cui ci sei tu, che per definizione è quella ferma. Continuiamo a sceglierla con lo stesso metodo, ogni volta, come se stavolta avessimo capito il trucco. Non l’abbiamo capito. E in fondo va bene così: ti dà qualcosa da odiare mentre aspetti.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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