In Cina è morto Zhang Xuefeng, 41 anni, influencer educativo, imprenditore e santo patrono non ufficiale di tutte le famiglie che guardano il modulo universitario come fosse una bomba da disinnescare. La causa indicata dalla sua azienda è un arresto cardiaco improvviso. Fine della scheda biografica, inizio del trauma collettivo.
Perché Zhang non era solo “uno che dava consigli”. Era uno di quei personaggi che nascono quando un sistema diventa così complicato che serve un traduttore simultaneo tra la burocrazia e il panico. Secondo la BBC aveva oltre 26 milioni di follower su Douyin, mentre la notizia della sua morte ha macinato centinaia di milioni di visualizzazioni in poche ore. In pratica: un necrologio diventato referendum emotivo.

La sua specialità era dire cose brutali con la precisione di chi ha capito che l’ascensore sociale non è rotto: semplicemente chiede password, provincia giusta, università giusta, famiglia giusta e possibilmente nessun errore a 18 anni. Consigliava facoltà, graduate school, esami, carriere. Smontava illusioni. A volte esagerava, tipo quando sparava contro le materie umanistiche e il giornalismo con l’entusiasmo di un algoritmo HR ubriaco. Ma il punto è proprio lì: molti lo amavano perché non vendeva poesia motivazionale. Vendeva riduzione del danno sociale.
La BBC cita una sua frase che è praticamente un manifesto: “Tutto quello che faccio è salvare i figli delle famiglie ordinarie. Il costo dell’esperimento è troppo alto per i nostri ragazzi.” Traduzione per chi vive fuori dal tritacarne del gaokao: se sei ricco puoi “seguire le passioni”; se sei povero, una scelta sbagliata può diventare una rata del destino.
China Daily ricorda che Zhang era nato nello Heilongjiang, aveva studiato ingegneria e poi era diventato tutor per esami di ingresso e post-laurea prima di trasformarsi in una figura nazionale dell’orientamento. Un percorso molto 2026: dalla lavagna al feed, dalla consulenza al culto, dal “che facoltà scelgo?” al “come sopravvivo a un mercato del lavoro che ha smesso di fingere?”.
Naturalmente non tutti lo consideravano un eroe. I critici gli rimproveravano una visione troppo utilitarista, troppo “scegli ciò che paga”, troppo poco attenta allo sviluppo personale. Che è vero. Ma è anche comodo criticare il pragmatismo quando non sei tu a dover spiegare a una famiglia di provincia perché quattro anni di università non hanno prodotto né mobilità né stipendio né dignità LinkedIn.
Il lutto per Zhang è quindi una notizia di società, non solo di cronaca. Dice che l’educazione, in Cina come altrove, è diventata l’ultimo sport sanguinoso della classe media: tutti corrono, pochi sanno dove, e chi sbaglia corsia viene accusato di non aver “creduto abbastanza in sé stesso”. Bellissimo. Inspirational. Tossico come una borraccia lasciata in palestra da marzo.
Alla fine Zhang Xuefeng era controverso perché diceva ad alta voce una cosa che molti sistemi educativi preferiscono lasciare in piccolo nei termini e condizioni: non tutte le scelte valgono uguale, non tutti partono uguale, e non tutti possono permettersi il lusso dell’errore. Poi possiamo anche chiamarla meritocrazia, se proprio ci piace arredare il panico con parole eleganti.
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