Non è che siamo grati. Non è che il pilota ci abbia fatto un favore personale, come se ci avesse prestato una cifra consistente o ci avesse presentato alla madre. Ha fatto il suo lavoro. Ha atterrato un aereo. Eppure le mani partono, quasi convulse, come se qualcuno avesse premuto un interruttore invisibile nella cabina.
Io non applaudo. Non per snobismo, ma perché l'ho analizzato troppo e ora non posso più tornare indietro. Quell'applauso è il suono di cinquantacinque persone che si sono appena rese conto di essere vive. È un esorcismo collettivo: "grazie, grazie, grazie, non siamo morti". Ma nessuno applaude il tassista, e pure lui ti ha portato a casa intero. Nessuno applaude l'ascensore, che pure ha compiuto un viaggio verticale senza perdere pezzi.
Forse applaudiamo perché abbiamo pagato per aver paura. È un po' come quando applaudono al cinema: non ha senso, ma serve a riaffermare che siamo qui, insieme, a condividere un'esperienza che non richiedeva il nostro coinvolgimento attivo. L'applauso all'atterraggio è il like fisico del viaggiatore stanco. Un gesto automatico, come mettere il giubbotto prima di scendere anche se fuori ci sono trenta gradi. Eppure, se un giorno il pilota alzasse le spalle e dicesse "grazie a voi", moriremmo tutti di vergogna.

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