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Italia

L'Italia spaccata in due da una frana che aspettavamo da 110 anni

La frana di Petacciato si risveglia dopo 11 anni, chiude l'A14 e la ferrovia adriatica, isola il Molise. Una catastrofe annunciata da un secolo in un Paese dove il 94,5% dei comuni è a rischio idrogeologico.

Edifici residenziali distrutti da una frana, macerie e terreno franato visibili

C'è una frase che i geologi della Regione Molise pronunciarono undici anni fa, dopo l'ennesimo monitoraggio della frana di Petacciato: "Su questa frana non si può fare nulla. Bisogna conviverci." Ecco, la convivenza è finita. O meglio: la frana ha deciso unilateralmente di rinegoziare i termini del contratto.

Da lunedì 7 aprile 2026, l'Italia è letteralmente spaccata in due lungo la dorsale adriatica. La storica frana di Petacciato — una delle più grandi d'Europa, attiva da oltre 110 anni — si è risvegliata con la delicatezza di un terremoto, chiudendo contemporaneamente l'autostrada A14, la linea ferroviaria Pescara-Bari e la statale 16 Adriatica. Un tris perfetto di infrastrutture vitali, spazzate via in un colpo solo.

Quattro chilometri di terra che si muove

I numeri sono da capogiro. Il fronte franoso si estende per oltre 4 chilometri, parte dal centro abitato di Petacciato e arriva fino al mare, comprendendo anche la spiaggia. Un "cucchiaio di scivolamento" — così lo definiscono i geologi — che inghiotte tutto ciò che incontra: case, strade, binari.

L'autostrada A14 è chiusa tra Montenero di Bisaccia e Termoli in entrambe le direzioni. Le carreggiate presentano crepe profonde. La linea ferroviaria adriatica è bloccata tra Vasto e Termoli — i binari sono deformati e inutilizzabili. La statale 16 era già fuori gioco per il crollo del ponte sul fiume Trigno, avvenuto il 2 aprile per il maltempo precedente. Un uomo, Domenico Racanati, 53 anni, di Bisceglie, è ancora disperso dopo essere caduto con la sua auto nel fiume. Lo cercano vigili del fuoco, Guardia di Finanza, sommozzatori e droni.

Il presidente della Regione Molise, Francesco Roberti, ha usato parole che non lasciano spazio all'ottimismo:

"Ci troviamo di fronte a una situazione che di fatto divide il Paese in due."

Circa 60 famiglie sono state evacuate dalle abitazioni a rischio. Le scuole di Campobasso sono chiuse. Code di 13 chilometri si sono formate tra Poggio Imperiale e Termoli. I camion oltre le 7,5 tonnellate devono fare il giro dalla A1 e dalla A16, passando per Napoli — centinaia di chilometri in più per un viaggio che normalmente ne richiede poche decine.

Treno merci cisterna su binari ferroviari, simbolo della rete di trasporto interrotta

110 anni di avvertimenti ignorati

Ecco la parte che fa davvero rabbia. La frana di Petacciato non è un evento imprevisto. Non è un cigno nero. Non è una "calamità naturale" nel senso nobile del termine — quella che arriva all'improvviso e coglie tutti di sorpresa. No. Questa frana è documentata dal 1916. Centodieci anni fa.

Le riattivazioni sono state catalogate con la precisione di un orologiaio:

  • 23 gennaio 1916: primo spostamento documentato dei binari ferroviari
  • 1932, 1938, 1953, 1954, 1955, 1956, 1960, 1966, 1979: riattivazioni successive
  • 28 gennaio 1991: spostamento binari, danni all'abitato, interruzione di autostrada, ferrovia e statale
  • 1996, 2009: ulteriori movimenti
  • 18 marzo 2015: ultima grande riattivazione, con necessità di abbattere una decina di case
  • 7 aprile 2026: il risveglio attuale

Undici anni fa i geologi dissero "non si può fare nulla". E non si è fatto nulla. Nel 2017, il CNR organizzò un convegno dal titolo eloquente: "Frana di Petacciato: simbolo del dissesto idrogeologico". Si parlò, si analizzò, si pubblicarono paper. I binari, nel frattempo, sono rimasti esattamente dove li aveva messi il fronte franoso nel 1916: in mezzo alla traiettoria di 4 chilometri di argilla instabile.

Il capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, è stato brutalmente onesto:

"Se ci aspettiamo un ripristino in 5-7 giorni dell'autostrada A14 e della linea ferroviaria, siamo fuori strada. Parliamo di un fronte di frana lungo 4 chilometri e la linea ferroviaria ci passa dentro. Finché non si ferma, non sarà possibile fare nessun tipo di ripristino infrastrutturale. I tempi saranno molto lunghi."

Settimane. Forse mesi. Per un'infrastruttura che collega il Nord al Sud lungo la costa adriatica. In un Paese che si trova già nel mezzo di una crisi energetica per la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Macerie e detriti di una frana con edifici distrutti sullo sfondo

Il Paese che frana: i numeri del disastro strutturale

Petacciato non è un'anomalia. È la norma. L'ultimo rapporto ISPRA 2024 sul dissesto idrogeologico in Italia è una lettura che dovrebbe essere obbligatoria per chiunque sieda in Parlamento — e che evidentemente nessuno legge:

  • 636.000 frane catalogate sul territorio nazionale
  • 69.500 km² a rischio — il 23% dell'intero territorio
  • Il 94,5% dei comuni italiani è esposto a rischio idrogeologico (frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe)
  • 1,28 milioni di residenti vivono in aree a pericolosità elevata e molto elevata da frana
  • 742.000 edifici e 75.000 imprese a rischio
  • 14.000 beni culturali in aree a pericolosità elevata

I finanziamenti? Attraverso il sistema ReNDiS, dal 1998 al 2024 sono stati stanziati 19,2 miliardi di euro per circa 26.000 interventi di difesa del suolo. Di questi, a fine 2024, solo il 34% era stato completato. Un altro 34% non era nemmeno stato avviato. Miliardi spesi in carte, commissioni, studi di fattibilità e appalti che girano su se stessi. Nel frattempo, il territorio continua a cedere.

L'Italia si trova in quello che gli scienziati chiamano l'"hot spot mediterraneo" — un'area dove il cambiamento climatico colpisce con particolare violenza attraverso precipitazioni intense, improvvise e concentrate. Le piogge che hanno risvegliato Petacciato sono lo stesso tipo di evento estremo che ha devastato l'Emilia-Romagna nel 2023 e che continuerà a colpire con frequenza crescente.

Veduta panoramica di Vernazza nelle Cinque Terre, esempio del fragile paesaggio costiero italiano

La catena del non fare

C'è un meccanismo perverso nel modo in cui l'Italia gestisce il rischio idrogeologico, e Petacciato ne è l'emblema perfetto. Funziona così:

  1. I geologi identificano il rischio con decenni di anticipo
  2. Si organizzano convegni e si pubblicano studi
  3. Si installano sensori di monitoraggio (che a Petacciato hanno funzionato egregiamente, facendo scattare l'allarme in tempo)
  4. Si stanziano fondi che finiscono in burocrazia
  5. Non si fa nulla di strutturale
  6. Arriva la pioggia
  7. Tutto crolla
  8. Si dichiara lo stato di emergenza
  9. Si stanziano altri fondi
  10. Tornare al punto 1

È un ciclo che si ripete con la regolarità di una stagione. E ogni volta ci si stupisce come se fosse la prima. Il fatto che sulla frana di Petacciato ci passino un'autostrada, una ferrovia e una statale — le tre arterie principali della dorsale adriatica — non è sfortuna. È il risultato di decenni di scelte urbanistiche e infrastrutturali fatte ignorando la geologia. Si è costruito dove non si doveva costruire. Si è mantenuto dove non si poteva mantenere. E quando la natura ha presentato il conto, si è girato dall'altra parte.

E adesso?

Palazzo Chigi ha convocato una riunione d'emergenza. La Protezione Civile è in seduta permanente. I percorsi alternativi per i mezzi pesanti passano dalla A1 attraverso Napoli — un detour di centinaia di chilometri che aumenta i tempi di consegna, il consumo di carburante (in piena crisi energetica, peraltro) e la congestione su strade non progettate per quel tipo di traffico.

Per i treni, Ferrovie dello Stato ha deviato i convogli. Per i pazienti degli ospedali molisani, si stanno riorganizzando le reti assistenziali per le patologie tempo-dipendenti e l'approvvigionamento di radiofarmaci per la medicina nucleare. Dettagli che danno la misura di quanto sia profondo il danno: non è solo un'autostrada chiusa, è un'intera regione isolata.

Ma la domanda vera non è quando riapriranno l'A14 e la ferrovia. La domanda è: cosa faremo quando riapriranno? Ricostruiremo esattamente dove prima, aspettando la prossima riattivazione tra 5, 10 o 15 anni? Oppure avremo finalmente il coraggio di ammettere che alcune infrastrutture vanno spostate — anche se costa di più, anche se richiede anni, anche se nessun politico vuole intestarsi un progetto che vedrà i risultati dopo il suo mandato?

I geologi lo dicono da un secolo. La frana risponde con puntualità svizzera. L'unica variabile imprevedibile, a quanto pare, siamo noi.

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