Il mare ha appena ricevuto la sua versione di “seguo il suono e vediamo dove mi porta”, solo che invece di Shazam c’è un robot subacqueo autonomo e dall’altra parte ci sono i capodogli, mammiferi lunghi come autobus che comunicano con click più organizzati di molte riunioni aziendali.
Secondo Reuters e vari approfondimenti scientifici, Project CETI — il progetto che prova a capire la comunicazione dei capodogli senza trasformarla in una puntata cringe di “parliamo con gli animali” — ha messo in acqua un glider capace di ascoltare le vocalizzazioni, stimarne la direzione e cambiare rotta in tempo reale. Traduzione: non registra e basta per poi far impazzire un dottorando su Excel. Decide sott’acqua, da solo, mentre il capodoglio fa capodoglio.

Il cuore del sistema si chiama “backseat driver”, nome perfetto perché sembra quello dell’amico sul sedile dietro che dice “gira qui” ma almeno in questo caso serve a qualcosa. Nel paper pubblicato su Scientific Reports, i ricercatori spiegano che il glider monta quattro idrofoni e usa rilevamento acustico, separazione delle sorgenti e stima dell’angolo di arrivo dei click per aggiornare la propria direzione.
La parte interessante è che i capodogli non sono esattamente facili da stalkerare per la scienza. Passano circa 50 minuti su 60 sott’acqua, possono scendere oltre 1,6 chilometri e non mandano posizione live su WhatsApp. I tag a ventosa aiutano, ma durano poco: spesso uno o pochi giorni. Le barche fanno rumore. Le boe ascoltano solo chi passa vicino. Il glider invece si muove lentamente cambiando assetto e galleggiabilità, senza eliche urlanti, e può potenzialmente restare operativo per settimane o mesi.
Popular Science lo ha chiamato il “Waymo del mare”. Fa ridere, sì, ma rende l’idea: un veicolo autonomo che non cerca parcheggio a San Francisco, cerca click nel blu profondo. E quando li sente, prova a seguirli. Non per inseguire il capodoglio come un paparazzo acquatico, ma per raccogliere dati più lunghi e meno invasivi su comunicazione, coordinamento sociale, apprendimento dei dialetti di clan e rapporto madre-piccolo.

Project CETI lavora al largo di Dominica, nei Caraibi, dove i capodogli sono una specie di archivio vivente di conversazioni a colpi di coda e codas. Il sogno, ovviamente, è enorme: capire se dentro quei pattern di click ci sia una struttura comunicativa abbastanza ricca da raccontarci qualcosa di più della solita frase umana “gli animali sono intelligenti” detta mentre distruggiamo il loro habitat con una faccia seria.
Per ora però calma: non abbiamo ancora Google Translate per balene. Il sistema individua direzioni, segue suoni, raccoglie dati. Non traduce “ciao bro, calamaro alle tre”. Però sposta il problema da abbiamo pochi frammenti a forse possiamo osservare relazioni continue. Che per la scienza è già un upgrade grosso, tipo passare dal modem 56k alla fibra ma con più plancton.
Il dettaglio più elegante è anche quello più scomodo per noi: il robot migliore per studiare i capodogli è quello che disturba meno. Niente inseguimenti rumorosi, niente “innovazione” che arriva facendo casino. Solo un oggetto giallo che scivola nell’acqua, ascolta e cerca di non comportarsi da umano. Ambizione altissima, diciamolo.
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