C’è quel momento nell’ascensore in cui premi chiudi porte con la sicurezza di un ministro che firma un decreto. Tac. Hai fatto la tua parte. La macchina ora deve obbedire. Solo che spesso non obbedisce affatto: aspetta il suo tempo, il suo piccolo calendario interno, la sua burocrazia verticale.
E noi continuiamo a premere. Due volte. Tre. Come se il secondo clic fosse più convincente, più adulto, più rispettabile. Il pulsante diventa un rito: non serve a chiudere le porte, serve a non sentirti un passeggero. Che poi è il grande trucco di metà della vita moderna: ti danno un bottone e tu ti calmi.
Forse dovremmo ammetterlo: non vogliamo controllo, vogliamo un rumore che sembri controllo. Un bip, una luce, una conferma minuscola. L’ascensore sale comunque quando decide lui. Noi intanto abbiamo premuto qualcosa. E questa, in certi giorni, è già una carriera.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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