Cammini verso un piccione. Lui ti vede. Lo sai che ti vede. E aspetta. Aspetta fino all'ultimo decimo di secondo, quando ormai stai per metterci sopra il piede, e solo allora si sposta di venti centimetri con quel passetto svogliato, come a dire va bene, ti faccio questo favore. Non sei tu che hai diritto di passare. È lui che concede.
Ci raccontiamo che le città sono nostre. Le abbiamo costruite, ci paghiamo le tasse, le multe, l'affitto. Poi guardi un piccione fermo in mezzo al marciapiede alle otto di mattina, completamente a suo agio, che becca un pezzo di cornetto più grande di lui, e capisci che il proprietario qui non sei tu. Tu sei l'inquilino. Loro c'erano prima, ci saranno dopo, e nel frattempo non hanno nessuna intenzione di ringraziarti.
La cosa che mi disturba — e un po' mi diverte — è l'indifferenza totale. Un gatto ti guarda con disprezzo, almeno ti registra come presenza. Il piccione no. Il piccione non ti odia, non ti teme, non ti calcola. Sei un fenomeno atmosferico, come il vento o una pozzanghera. Una cosa che ogni tanto capita e poi passa.
E forse è questo che mi resta in testa. Passiamo la vita a voler essere visti, considerati, presi sul serio. Poi c'è un animale che ha fatto della tua irrilevanza uno stile di vita, e cammina sul tuo stesso marciapiede senza scansarsi di un millimetro. Non lo invidio. Però un po' sì.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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