C’è un rumore molto italiano in sottofondo: non è una centrale che parte, calma, è il Paese che riapre un tema chiuso a chiave e poi dimentica dove aveva messo la chiave. Il nucleare torna nel percorso parlamentare, non come “domani accendiamo un reattore sotto casa tua”, ma come disegno di legge delega per costruire le regole del futuro nucleare “sostenibile”. Che già come espressione sembra uscita da un convegno con troppe slide e troppo caffè.
Secondo ANSA, le Commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera hanno completato la votazione degli emendamenti al testo del ddl presentato dal governo. Il mandato ai relatori è atteso per domani e l’arrivo in Aula è previsto il 26 maggio. Quindi sì: siamo ancora nel regno dell’iter, delle deleghe, dei commi e dei “vedremo”. Però il segnale politico c’è, ed è grande quanto una bolletta invernale.
Il cuore del provvedimento, spiegato dal MASE nei comunicati ufficiali, è dare al governo una delega per disciplinare l’intero ciclo del nuovo nucleare: programma nazionale, sicurezza, ricerca, formazione, informazione pubblica, gestione dei rifiuti e del combustibile, smantellamento delle vecchie centrali, fino all’istituzione di una Autorità indipendente per la sicurezza nucleare. Praticamente: prima di litigare su dove mettere gli impianti, almeno decidiamo chi tiene il manuale, chi controlla le chiavi e chi spiega ai cittadini perché non è tutto un episodio di Chernobyl doppiato male.
Il ministro Gilberto Pichetto la vende come scelta di innovazione, sicurezza e responsabilità, con riferimento a SMR, AMR e fusione. Tradotto dal ministeriese: piccoli reattori modulari, reattori avanzati, tecnologia futura, neutralità tecnologica, decarbonizzazione. Tradotto dall’italiano emotivo: il governo vuole rimettere il nucleare nel mazzo delle opzioni energetiche, insieme alle rinnovabili, perché dipendere da gas, crisi internazionali e mercati con l’umore di un adolescente non è esattamente una strategia da adulti.
La parte delicata, ovviamente, non è scrivere “nucleare sostenibile” in un pdf. È tutto il resto: sicurezza, costi, tempi, scorie, localizzazione, consenso dei territori. Il MASE dice che Regioni e Province autonome hanno dato parere favorevole a maggioranza, chiedendo intese sui decreti attuativi; l’ANCI ha ottenuto il coinvolgimento dei Comuni se si arriverà a individuare aree adatte agli impianti, con possibili compensazioni. Cioè la traduzione istituzionale di: nessuno vuole scoprire da un rendering che il futuro energetico passa dietro il proprio supermercato.
Qui il sarcasmo facile sarebbe dire “abbiamo spento il nucleare e ora lo rimpiangiamo come l’ex tossico”. Però la questione è meno meme e più scomoda: l’Italia ha bisogno di energia stabile, emissioni più basse e industria competitiva. Le rinnovabili crescono, ma intermittenti sono e intermittenti restano. Il nucleare promette continuità, ma chiede tempi lunghi, soldi veri e fiducia pubblica — tre cose che nel nostro ecosistema politico hanno la stessa biodiversità del parcheggio sotto Ferragosto.
Quindi no, non siamo davanti a una centrale pronta a nascere domattina. Siamo davanti a un cambio di cornice: il nucleare torna a essere una possibilità normativa, industriale e culturale. E come sempre in Italia, il momento più difficile non sarà approvare il principio. Sarà passare dalla frase “strategico per il Paese” alla domanda sporca, concreta, inevitabile: dove, quando, quanto costa e chi se ne prende la responsabilità?
Fonti:

Commenti (0)
Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
Ancora nessun commento.