Sonny Rollins è morto a 95 anni e il jazz perde una di quelle persone per cui la parola “leggenda” non sembra scritta da un ufficio stampa ubriaco di aggettivi. Era il Saxophone Colossus, sì, ma anche uno che del colosso aveva la parte meno instagrammabile: disciplina, crisi, silenzi lunghi, ritorni, e quella capacità rarissima di trasformare una melodia in una conversazione con il pavimento, il cielo e tutti quelli che nel mezzo provano a capirci qualcosa.
Secondo ANSA e RaiNews, Rollins si è spento nella sua casa di Woodstock, nello Stato di New York. The Guardian riporta che l’annuncio è arrivato dal suo sito ufficiale e dalla sua publicist Terri Hinte. Nessuna coreografia del lutto premium: solo il congedo di uno degli ultimi grandi protagonisti della generazione bebop, quella che prese il jazz da musica da sala e lo portò nel laboratorio mentale dove le note smettono di fare arredamento e iniziano a litigare con l’universo.

Il curriculum è di quelli che fanno sembrare LinkedIn una barzelletta amministrativa: Miles Davis, Thelonious Monk, John Coltrane, Max Roach, Clifford Brown. Più di sessanta album, Grammy, riconoscimenti, il rispetto quasi religioso dei musicisti e un titolo che da solo basta a riempire una stanza: Saxophone Colossus, il disco del 1956 con “St. Thomas”, quel tema calypso che ti entra in testa con la grazia di una festa caraibica e poi ti ricorda che sotto c’è una macchina armonica serissima.
Il Post ricorda bene il punto: Rollins era rimasto l’ultimo grande volto di un’epoca in cui il jazz non era ancora diventato solo playlist da bar sofisticato con lampadine Edison. Era una cosa fisica, rischiosa, sociale. Harlem, il bebop, la segregazione, la dipendenza, il carcere, la fatica di essere artista nero in un’America che voleva intrattenimento ma si spaventava quando l’intrattenitore pretendeva di essere anche pensatore. Insomma: niente poster motivazionale, più una vita vera con le cuciture fuori.
La sua storia contiene anche una delle immagini più belle e più assurde della musica moderna: Rollins che nel 1959 sparisce dalle scene e va a esercitarsi per ore sul ponte di Williamsburg, perché a casa disturbava i vicini. Oggi lo chiameremmo “rebranding personale”, “pausa creativa”, “ritiro strategico”. Lui lo chiamava studiare. Che concetto vintage, quasi offensivo per l’epoca dei tutorial da 37 secondi.

La cosa che resta, oltre ai dischi, è la lezione più scomoda: improvvisare non significa buttare roba a caso. Significa avere abbastanza struttura dentro da potersi permettere il rischio fuori. Rollins prendeva uno standard, lo smontava, lo faceva camminare storto, poi lo riportava a casa come se niente fosse. Una specie di Google Maps dell’anima, ma senza la voce passivo-aggressiva che ti dice di fare inversione.
Nel 2012 tenne uno degli ultimi concerti a Umbria Jazz; poi i problemi polmonari lo costrinsero a fermarsi. Però fermarsi, per uno così, non vuol dire uscire dalla musica. Vuol dire diventare materiale geologico: qualcosa su cui gli altri continueranno a camminare, costruire, sbagliare, ricominciare. Il jazz oggi perde un gigante, ma anche un antidoto alla nostra ansia di produrre tutto subito: Rollins si prendeva il tempo, anche quando il tempo sembrava non perdonare nessuno.
E quindi sì, il colosso del sax se n’è andato. Resta il ponte, restano i dischi, resta quell’idea meravigliosamente poco efficiente che una nota possa ancora sorprendere il mondo se chi la suona ha abbastanza coraggio da non sapere già dove finirà.
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