La nuova frontiera del food delivery non è consegnare il poke in dodici minuti mentre fuori diluvia. È convincerci che dietro quella corsa ci sia un codice etico lindo, profumato e stirato. Peccato che l’Antitrust italiana abbia guardato la brochure, poi i rider, poi di nuovo la brochure, e abbia detto: aspetta un attimo, bro.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato due istruttorie: una su alcune società del gruppo Glovo — Glovoapp23, Foodinho e Glovo Infrastructure Services Italy — e una su Deliveroo Italy. Il punto non è solo “come trattate i rider”, che già sarebbe una domanda abbastanza grande da far sudare una app. Il punto è: cosa avete raccontato ai consumatori mentre li trattavate così?
Secondo il comunicato dell’AGCM, le aziende avrebbero messo in vetrina un’immagine fondata su standard etici e responsabilità sociale — tipo codice etico, sezioni “chi siamo”, quelle pagine corporate dove tutti sembrano una ONG con budget marketing — che potrebbe non corrispondere alla realtà. In particolare per quanto riguarda condizioni di lavoro, rispetto della legalità, modello operativo e uso degli algoritmi.
Che è poi il cuore tragicomico della gig economy: il rider appare umano quando ti porta le patatine, ma diventa improvvisamente “ottimizzazione logistica” quando si parla di turni, ranking, assegnazioni, tempi e pressione. L’algoritmo non urla, non licenzia con una faccia, non ti guarda male. Molto moderno. Molto pulito. Molto comodo per chi deve dire “non siamo noi, è il sistema”.
Reuters aggiunge che martedì 5 maggio i funzionari dell’Autorità, con l’aiuto della Guardia di Finanza, hanno fatto ispezioni nelle sedi di Foodinho, Glovo Infrastructure Services Italy e Deliveroo Italy. Glovo ha risposto di operare secondo standard interni elevati e nel rispetto delle leggi; Deliveroo ha detto che continuerà a collaborare in modo trasparente con le autorità. Traduzione aziendalese: siamo serenissimi, ma intanto qualcuno ha bussato alla porta con un mandato e non con un coupon sconto.
La cosa interessante è che l’indagine non parla solo ai rider. Parla anche a noi, consumatori con fame e pollice pigro. Perché se una piattaforma vende consegne rapide insieme a una patina di responsabilità sociale, quell’etica diventa parte del prodotto. Non stai comprando solo sushi. Stai comprando anche la storia rassicurante secondo cui nessuno è stato spremuto troppo per fartelo arrivare tiepido.
Ed è lì che il marketing inciampa: se prometti “valori” mentre l’organizzazione del lavoro dipende da algoritmi opachi e condizioni contestate, la responsabilità sociale rischia di diventare una salsa inclusa nel menu. Bella da vedere, poca sostanza, molto packaging.
Per ora siamo all’avvio delle istruttorie, quindi niente sentenze, niente multe, niente finali hollywoodiani. Ma il messaggio è già chiaro: nel 2026 anche il “chi siamo” di una piattaforma può finire sotto esame. E forse era ora, perché certe pagine corporate sembrano scritte da un generatore automatico di virtù con consegna gratuita sopra i 15 euro.
Fonti:

Commenti (0)
Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
Ancora nessun commento.