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Il clima ora ha un avvocato

L’Assemblea ONU sostiene il parere della Corte internazionale: proteggere il clima è un obbligo degli Stati. USA, Russia e altri hanno votato no, perché evidentemente anche il pianeta è divisivo.

L’Assemblea generale dell’ONU ha fatto una cosa rara: ha preso una questione enorme, la crisi climatica, e le ha appiccicato sopra una parola che ai governi piace pochissimo quando arriva il conto: obbligo.

La risoluzione approvata a New York sostiene il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia, che nel 2025 aveva messo nero su bianco un principio semplice e molto poco comodo: gli Stati devono proteggere il clima e, se non lo fanno, possono avere responsabilità giuridiche. Tradotto dal legalese: non basta più arrivare alle COP con la spilletta verde e il comunicato “siamo molto preoccupati”.

Ralph Regenvanu di Vanuatu parla alla stampa sul caso climatico davanti alla Corte internazionale di giustizia
Vanuatu ha spinto la battaglia climatica davanti alla Corte: piccolo Stato, gigantesco promemoria per chi brucia fossili come se fosse un hobby vintage. Fonte immagine: Al Jazeera/AP.

Secondo UN News, il testo è passato con 141 voti favorevoli, 8 contrari e 28 astensioni. Tra i contrari ci sono Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Iran, Israele, Yemen, Liberia e Bielorussia. Una compagnia abbastanza eloquente: il gruppo WhatsApp “non parliamo di emissioni, grazie”.

Il punto non è che domani mattina arrivi un giudice climatico a spegnere ogni raffineria con un telecomando universale. Il parere della Corte non è vincolante come una sentenza classica. Però pesa: chiarisce come leggere il diritto internazionale, dà carburante alle cause climatiche e offre ai Paesi più vulnerabili una base per dire ai grandi emettitori: non è beneficenza, è responsabilità.

La storia parte soprattutto da Vanuatu, arcipelago del Pacifico che non ha esattamente inventato l’economia fossile globale ma ne vede già il conto in maree, cicloni e territori minacciati. Come racconta Al Jazeera, il ministro Ralph Regenvanu ha definito il voto una vittoria per le comunità in prima linea: quelle che non hanno il lusso di trattare il clima come un capitolo fastidioso del bilancio 2050.

Ciminiere industriali con emissioni di fumo, simbolo dei combustibili fossili e dell’inquinamento
Emissioni industriali e combustibili fossili: cioè la parte della civiltà che continua a comportarsi come se l’atmosfera fosse una soffitta. Fonte immagine: UN News/Unsplash.

Open sottolinea che l’Italia ha votato a favore, mentre i contrari temono anche il tema più spinoso: riparazioni e risarcimenti. Perché una volta stabilito che danneggiare il clima può produrre responsabilità, la conversazione smette di essere “facciamo meglio” e diventa “chi paga?”. A quel punto il PowerPoint della transizione ecologica inizia a sudare.

The Guardian ricorda che il voto arriva mentre l’amministrazione Trump ha riportato gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Parigi e spinge ancora sui combustibili fossili. Insomma: mentre una parte del mondo prova a costruire un linguaggio legale per il clima, un’altra sta ancora cercando il tasto “ignora aggiornamento”.

La risoluzione non salva il pianeta da sola. Sarebbe bello, ma purtroppo il diritto internazionale non funziona come il bicarbonato: non lo versi sul disastro e frizza via tutto. Però sposta il confine del discorso. La crisi climatica non è più solo una questione morale, economica o scientifica. È sempre più una questione di doveri. E questo, per governi abituati a promettere nel 2035 quello che non vogliono fare nel 2026, è già un piccolo trauma istituzionale.


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