Colossal Biosciences, la startup texana che ha trasformato la parola de-estinzione da fantasia da parco tematico a pitch deck con laboratorio, ha annunciato il prossimo animale da riportare sul palco: il bluebuck, un’antilope sudafricana estinta intorno al 1800.
Traduzione rapida: abbiamo sterminato una specie per pelle, caccia e colonialismo, poi due secoli dopo arriviamo con le forbici genetiche e diciamo “tranquilli, ho un’idea”. L’umanità è praticamente quel coinquilino che rompe il vaso e poi compra una stampante 3D.

Secondo Reuters, il bluebuck viveva nelle praterie costiere del Capo sudoccidentale, in Sudafrica. Aveva un mantello grigio-azzurro, corna scure ricurve e il destino classico degli animali troppo belli per convivere con europei armati: è stato cacciato fino a sparire. Reuters scrive che sarebbe stato documentato scientificamente e poi cancellato in appena 34 anni. Efficienza coloniale, ma nel senso più tossico del termine.
Colossal dice di essere già nella fase di genome editing. Il piano è usare l’antilope roana, parente vivente molto vicina, come base genetica e come madre surrogata. Si confronta il DNA del bluebuck ricavato da campioni museali con quello della roana, si identificano le varianti più importanti — colore, corporatura, tratti distintivi — e poi si prova a creare un embrione modificato. Gestazione prevista: circa nove mesi. Ansia prevista: infinita.
La parte interessante, oltre al solito effetto “Jurassic Park ma con più PR”, è che Colossal non vende il progetto solo come resurrezione simbolica. L’azienda sostiene che la piattaforma sviluppata per il bluebuck potrebbe aiutare anche le antilopi ancora vive: circa un terzo delle specie sarebbe minacciato o quasi minacciato, e molte stanno declinando mentre noi discutiamo se la natura abbia bisogno di innovazione o semplicemente di essere lasciata in pace.

CNN però mette il dito nella ferita giusta: diversi esperti vedono la cosa come esperimento scientifico affascinante, ma si chiedono se sia davvero una priorità di conservazione. Perché sì, riportare un animale estinto fa copertina. Salvare quelli che non sono ancora morti fa meno trailer Netflix, ma forse sarebbe anche carino provarci.
Il nodo è tutto qui: de-estinguere non significa resuscitare davvero il passato. Significa creare un proxy, un animale moderno modificato per assomigliare a una specie perduta. Non torna l’ecosistema del 1800, non tornano le praterie com’erano, non torna il bluebuck “originale” come se avessimo premuto Ctrl+Z sulla storia. Torna, forse, una versione biotech del rimorso umano.
Eppure liquidare tutto come gimmick sarebbe troppo facile. Se le tecniche su cellule staminali, sequenziamento e riproduzione assistita diventano strumenti per proteggere specie minacciate, allora il bluebuck potrebbe essere più di una mascotte da laboratorio: potrebbe diventare il prototipo di una conservazione meno rassegnata. Con tutti i dilemmi etici, ecologici e finanziari del caso, ovviamente. Perché quando l’umanità dice “stavolta sistemiamo noi”, conviene sempre controllare due volte il manuale.
Morale della savana: il bluebuck non è ancora tornato. Ma il fatto che qualcuno stia provando a fabbricare il nostro senso di colpa in provetta dice parecchio sul secolo in cui viviamo. Prima sterminiamo. Poi brevettamo la nostalgia. Poi la chiamiamo futuro.
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