C’è una frase che dovrebbe far tremare ogni adulto con un telefono in mano e una password parentale dimenticata: “il feed non è abbastanza sicuro per i bambini”. Non lo dice il gruppo WhatsApp dei genitori in modalità panico, lo dice Ofcom, il regolatore britannico delle comunicazioni, parlando di TikTok e YouTube.
Secondo Reuters e BBC, Ofcom ha criticato le due piattaforme perché non avrebbero presentato cambiamenti significativi per ridurre i contenuti dannosi serviti ai minori dai sistemi di raccomandazione. Tradotto dal burocratese: non basta mettere un cartello “vietato ai piccoli” davanti a una giostra che poi continua a risucchiarli dentro con lo scroll infinito.

Il dato più fastidioso è questo: il 73% degli 11-17enni osservati da Ofcom sarebbe stato esposto a contenuti dannosi in quattro settimane, soprattutto tramite feed personalizzati. E l’84% dei bambini tra 8 e 12 anni userebbe almeno un servizio teoricamente riservato ai maggiori di 13 anni. Insomma, l’età minima funziona benissimo, se per “funziona” intendiamo “sta lì come un adesivo sulla porta”.
Ofcom dice anche che Meta, Snap e Roblox hanno accettato nuove misure anti-grooming: blocchi più forti sui contatti da adulti sconosciuti, controlli per gli account teen, strumenti per limitare i messaggi diretti. TikTok e YouTube, invece, rivendicano le protezioni già esistenti. YouTube parla di esperienze “age-appropriate”; TikTok dice che è deludente non vedere riconosciuti gli investimenti fatti sulla sicurezza. È il classico ping-pong da piattaforma: “abbiamo fatto tantissimo”, “sì, ma i ragazzi sono ancora nel frullatore”.
La questione è ormai cambiata. Non siamo più solo al vecchio dibattito: “avete rimosso il contenuto tossico abbastanza in fretta?”. La domanda nuova è molto più scomoda: perché quel contenuto è arrivato a un tredicenne in primo luogo? Perché il prodotto è costruito per trattenere, spingere, suggerire, rilanciare. L’algoritmo non è un cameriere neutrale: è il buttafuori della discoteca che però viene pagato se la gente non esce mai.
E l’Italia non sta guardando da lontano con la mano sul mento. Sky TG24 e Wired Italia raccontano che a Milano è partita una class action contro Meta e TikTok promossa dal Moige e da famiglie, con richieste molto concrete: più verifica dell’età, stop ai meccanismi progettati per creare dipendenza, informazioni chiare sui rischi per salute e benessere dei minori. Wired cita anche una stima pesante: circa 3,5 milioni di bambini italiani tra 7 e 13 anni userebbero piattaforme social in violazione dei limiti d’età.
È qui che la faccenda smette di essere “i giovani stanno troppo al telefono”, frase da cena di Natale livello base, e diventa infrastruttura sociale. Se milioni di minori entrano in ambienti progettati da aziende adulte, ottimizzati da modelli statistici adulti, monetizzati da pubblicità adulte, forse il problema non è solo il genitore che “non controlla abbastanza”. Forse abbiamo appaltato una parte dell’infanzia a un sistema che chiama engagement quello che, in altri contesti, chiameremmo dipendenza con grafica carina.
La tentazione politica sarà la solita: vietare, annunciare, fare conferenze stampa con parole tipo “stretta” e “tolleranza zero”, poi lasciare ai moduli di consenso il lavoro sporco. Ma il punto vero è più noioso e quindi più serio: obbligare le piattaforme a dimostrare che i loro feed non trattano i minori come utenti premium da trattenere a qualunque costo.
Perché il babysitter algoritmico ha un difetto enorme: non si stanca mai. E quando un adulto non si stanca mai di catturare l’attenzione di un bambino, di solito non lo chiamiamo innovazione. Lo chiamiamo problema.
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