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Scienza

Hanno messo il cervello nel server. Letteralmente.

A Singapore è acceso il primo data center commerciale che processa dati con 16 milioni di neuroni umani vivi. Consuma meno di un kilowatt, ma va nutrito ogni tre giorni. Il futuro dell'AI è umido.

Diciamocelo: c'è qualcosa di profondamente distopico nell'idea di un data center che, oltre alla corrente, va anche nutrito. Non con i dati, con il cibo vero. A Singapore hanno appena acceso il primo rack commerciale al mondo che processa informazioni usando 16 milioni di neuroni umani vivi, coltivati in laboratorio. Benvenuti nell'era del wetware, dove il computer non si riavvia: muore.

Il progetto è firmato da un trio niente male: la NUS Medicine (la facoltà di medicina della National University of Singapore), l'operatore di data center DayOne e la startup australiana Cortical Labs. Il sistema è andato live il 16 luglio 2026 ed è stato svelato ufficialmente ad agosto. Sulla carta è un normale armadio da server. Dentro, però, batte qualcosa di molto meno normale.

Il rack biologico DayOne x Cortical Labs con le venti unità CL1 al NUS di Singapore
Il rack: venti unità CL1, marchiate DayOne × Cortical Labs. Sembra un distributore automatico. È fatto di cervello.

Venti scatolette, 16 milioni di neuroni

Il rack è composto da 20 unità CL1, quello che Cortical Labs chiama "il primo computer biologico commerciale e programmabile del mondo". Ogni CL1 è alimentato da circa 800.000 neuroni umani coltivati in laboratorio. Moltiplica per venti e ottieni i famosi 16 milioni di cellule cerebrali che, in questo momento, stanno lavorando per un'azienda. Senza contratto, senza pausa caffè, senza sindacato.

E prima che parta la teoria del complotto: i neuroni non vengono strappati da cervelli o feti. Si parte da cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC), ricavate — dettaglio meravigliosamente sci-fi — anche dal sangue di donatori, e poi riprogrammate per diventare neuroni. Le cellule crescono su un array di microelettrodi collegato al silicio: mandano e ricevono impulsi elettrici, e il software di Cortical Labs crea un ambiente digitale in cui questa attività neurale interagisce con il codice. Tradotto: gli scienziati parlano ai neuroni in elettricità, e i neuroni rispondono.

Hon Weng Chong, CEO di Cortical Labs, presenta il prototipo al NUS
Hon Weng Chong, CEO di Cortical Labs, spiega perché il futuro dell'AI potrebbe essere umido.

Il vero flex: i consumi

Qui arriva la parte che fa sudare freddo Nvidia. Ogni CL1 consuma circa 25 watt; l'intero rack sta sotto il kilowatt (800-1.000 W in tutto). Per capirci: parliamo di una frazione microscopica dell'energia divorata da un cluster di GPU per compiti di apprendimento equivalenti. Mentre l'industria dell'AI costruisce data center che bevono elettricità come piccole nazioni, madre natura aveva già risolto il problema tre miliardi di anni fa: il cervello umano fa girare la coscienza con l'equivalente di una lampadina.

Il rovescio della medaglia? La manutenzione è da reparto di terapia intensiva. I tecnici del NUS nutrono le colture ogni tre giorni, il CL1 regola da solo temperatura, ossigeno e filtraggio, e i neuroni restano vivi fino a sei mesi. Ma, come ammettono gli stessi ricercatori, se blocchi il liquido nutritivo o l'ossigenazione, "nel giro di qualche minuto quelle cellule semplicemente muoiono". Il tuo laptop nel peggiore dei casi si impalla. Questo server, se stacchi la flebo, ti muore tra le mani.

A cosa serve (oltre a inquietarti)

Le applicazioni promesse sono seriissime: scoperta di nuovi farmaci, modellizzazione delle malattie neurodegenerative, robotica umanoide, persino cybersecurity e antifrode, e sistemi di AI capaci di imparare da pochissimi dati — proprio come fa un cervello vero, che non ha bisogno di vedere dieci milioni di gatti per capire cos'è un gatto. Cortical Labs ha pure lanciato la Cortical Cloud: neuroni umani noleggiabili da remoto, il famigerato "wetware-as-a-service". Il singolo CL1, per gli acquirenti curiosi, parte da circa 35.000 dollari.

Il neuroscienziato Rickie Patani interviene alla presentazione del data center biologico
Il neuroscienziato Rickie Patani, che al NUS guida le colture cellulari. Sì, qualcuno letteralmente coltiva i server.

E la domanda che nessuno vuole fare

L'azienda si affretta a rassicurare: questi neuroni non sono coscienti, non provano sensazioni, non pensano. È un ammasso di cellule che risponde a stimoli, punto. Eppure la bioetica qui è un campo minato: a che punto un "ammasso di cellule" che apprende, si adatta e va nutrito ogni tre giorni smette di essere un componente hardware e inizia a essere qualcosa? Per ora la risposta ufficiale è "tranquilli, è solo un chip". La stessa frase, sospettiamo, con cui tra qualche anno ci ritroveremo a discutere di diritti dei server.

Nel frattempo, la prossima volta che il tuo PC va lento, ricordati che c'è gente a Singapore che ha risolto il problema mettendo dentro un pezzo di cervello. E che deve dargli da mangiare. Il futuro è arrivato, ed è leggermente appiccicoso.


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