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Cultura

Ha ucciso Tupac. E l'ha scritto in un libro

Trent'anni dopo l'agguato di Las Vegas, Duane «Keffe D» Davis è stato condannato a 40 anni all'ergastolo per l'omicidio di Tupac Shakur. La prova regina? Le sue stesse interviste e il suo memoir.

Diciamocelo: per trent'anni l'omicidio di Tupac Shakur è stato il cold case più famoso della musica, un mistero alimentato da documentari, podcast, teorie del complotto e quel tuo zio convinto che Tupac viva tranquillo a Cuba. E alla fine a risolverlo non sono stati il DNA, le intercettazioni o un detective tormentato da serie HBO. È stato il principale sospettato, che ne ha parlato da solo. In interviste. E in un libro. Con tanto di prezzo di copertina.

Martedì 13 ottobre un tribunale di Las Vegas ha condannato Duane «Keffe D» Davis, 63 anni, a 40 anni all'ergastolo per l'omicidio del rapper. La giudice Carli Kierny gli ha riconosciuto il tempo già passato in cella, ma la matematica resta impietosa: la prima possibilità di uscire arriverà più o meno quando Davis avrà un secolo di vita.

Cosa è successo nel 1996

La sera del 7 settembre 1996 Tupac era in macchina con Marion «Suge» Knight, il boss della Death Row Records, fermo a un semaforo rosso a Las Vegas dopo un incontro di boxe di Mike Tyson. Una Cadillac bianca gli si è affiancata e da lì sono partiti i colpi. Knight è rimasto ferito, Tupac è morto in ospedale sei giorni dopo. Aveva 25 anni e decine di milioni di dischi venduti.

Tupac Shakur nel 1996
Tupac Shakur nel 1996 (foto via NBC News)

Secondo l'accusa, quella notte era una vendetta. Poche ore prima Tupac, Knight e il loro entourage avevano pestato nella hall del casinò MGM Grand Orlando Anderson, nipote di Davis e membro dei Southside Compton Crips. Davis, ha detto il procuratore Binu Palal, è andato letteralmente «a caccia» di Shakur e Knight. A bordo della Cadillac c'erano quattro uomini: nel 2023, quando Davis è stato arrestato, era l'unico ancora vivo. Anderson, che secondo una delle teorie più diffuse fu proprio quello che sparò, è stato ucciso nel 1998.

Il sospettato che faceva marketing di sé stesso

Qui arriva la parte che sembra scritta da uno sceneggiatore sotto effetto di troppa caffeina. Per anni Davis ha raccontato la sua versione dei fatti pubblicamente: in documentari, interviste e soprattutto in un memoir del 2019, Compton Street Legend, in cui spiegava di essere sulla Cadillac e di aver procurato la pistola. In pratica una confessione con codice ISBN. I suoi avvocati hanno provato a far escludere il libro dalle prove; non ci sono riusciti.

Davis non è mai stato accusato di aver premuto il grilletto, ma di aver orchestrato l'agguato. A fine agosto la giuria della contea di Clark, dopo un processo di undici giorni, ci ha messo circa tre ore per dichiararlo colpevole di omicidio di primo grado con uso di arma letale. Tre ore. Meno di quanto ci metti tu a scegliere una serie su Netflix.

Murale dedicato a Tupac Shakur e Notorious B.I.G.
Tupac e Notorious B.I.G., uccisi a sei mesi di distanza in due agguati simili (AP Photo/Mark Lennihan, via LaPresse)

«Giustizia è fatta». Ma per chi?

Il procuratore distrettuale Steve Wolfson ha detto che «oggi è stata fatta giustizia per Tupac Shakur e i suoi cari», aggiungendo che nessuna pena potrà riportarlo indietro. Davis, invece, in aula ha chiesto solo una cosa: che la polizia gli restituisca alcuni oggetti sequestrati in casa, tra cui delle fotografie. Poi ha detto di non avere altro da aggiungere. Il suo avvocato, Michael Sanft, ha già annunciato ricorso in appello: secondo la difesa, a parte le parole dello stesso Davis non c'è nessuna prova che lo metta a Las Vegas quella notte. Niente video, niente tabulati, niente di tangibile.

Ed è qui che il cinismo diventa obbligatorio. Per trent'anni la polizia di Las Vegas ha avuto davanti un uomo che raccontava la storia a chiunque avesse un microfono, e il caso si è sbloccato davvero solo nel 2023, dopo una perquisizione a casa sua. Nel frattempo Tupac è diventato un'icona da magliette, ologrammi ai festival e meme, e la sua morte un genere narrativo a sé. La condanna chiude il processo; difficilmente chiuderà le teorie. Ma una lezione, almeno, la lascia a tutti: se hai qualcosa da nascondere, forse non scriverci un libro.


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