C'è questo momento, le ruote toccano la pista, l'aereo fa quel sobbalzo che ti sposta lo stomaco di mezzo centimetro, e qualcuno comincia a battere le mani. Poi un altro. Poi metà cabina. Applausi. Per cosa, esattamente? Il pilota non ti sente. È in cabina con la porta blindata, sta già pensando al caffè. Stiamo applaudendo il vuoto, un professionista che ha fatto il suo lavoro a trentamila piedi senza alcun bisogno della nostra approvazione.
E però lo capisco. Per due ore hai finto che fosse tutto normale, leggevi la rivista dei duty free come se ti interessasse davvero un orologio da quattrocento euro, mentre una parte piccola e antica del tuo cervello ripeteva questo coso non dovrebbe stare in cielo. L'applauso è quella parte lì che esce allo scoperto. Non è un grazie. È un respiro trattenuto che si scioglie. È il sollievo che si traveste da educazione.
Nessuno applaude l'autobus quando arriva al capolinea. Nessuno batte le mani al barista che non ti ha rovesciato il caffè addosso. Applaudiamo solo le cose che, in fondo, ci aspettavamo potessero finire male. Forse è l'unico applauso onesto che facciamo: non per la bravura, ma per non essere morti. Che poi, a pensarci, è il motivo per cui dovremmo applaudire praticamente sempre, ogni giorno, all'autobus, al caffè, al marciapiede. E invece niente. Solo lì, a duecento all'ora sull'asfalto, ce lo ricordiamo.

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