Esiste una distanza precisa, tipo cinque metri, oltre la quale uno sconosciuto decide di tenerti aperta la porta. Non gliel'hai chiesto. Eri lì tranquillo, a camminare alla tua andatura da persona che non ha nessuna fretta di entrare in una banca. E adesso sei in debito. Adesso, per qualche motivo, devi correre.
Non è una corsa vera, è peggio: è quel trotto ridicolo, mezzo passo e mezzo saltello, che non serve ad arrivare prima ma solo a dire vedo il tuo sforzo e lo onoro. La porta la reggeva anche se camminavo normale. Lo sappiamo entrambi. Ma se non trotto, se cammino e basta, allora sono io lo stronzo che si fa reggere una porta come fosse un maggiordomo assunto sul momento. E quindi trotto. Trottiamo tutti. È un patto che nessuno ha firmato e che rispettiamo lo stesso.
Poi c'è il grazie. Quel "grazie, non dovevi" detto un filo senza fiato, che è anche l'unica frase completamente onesta della giornata. Perché è vero: non doveva. Nessuno doveva. Potevamo attraversare quella soglia come due estranei qualunque, e invece abbiamo montato un piccolo teatro in cui uno recita il benefattore e l'altro fa il trotto della riconoscenza.
E comunque lo rifarò. Domani, dopodomani, per il resto della vita, verso porte che potevo tranquillamente varcare a passo d'uomo. Non per gentilezza. Solo per non essere quello che non ha trottato.

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