Per una volta il tribunale del web ha preso le parti del gesto più umano di Internet: premere Indietro e scappare. Google ha annunciato che dal 15 giugno 2026 il cosiddetto back button hijacking entrerà esplicitamente tra le pratiche malevole delle sue policy anti-spam. Traduzione: se il tuo sito manipola la cronologia del browser per non far uscire le persone, non sei un genio della retention. Sei il buttafuori tossico di una discoteca SEO.
Il meccanismo è quello che conosciamo tutti, anche se magari non sapevamo avesse un nome da villain minore Marvel: arrivi su una pagina da Google, leggi due righe, premi Indietro e invece di tornare dove eri vieni spedito su un’altra pagina, un popup, una lista di consigli, un limbo pubblicitario o qualsiasi altra cosa non richiesta. È il sito che ti afferra per la felpa mentre stai uscendo e dice: “aspetta bro, guarda anche questi contenuti scelti per te”. No, grazie. Ho già scelto: fuga.
Nel post ufficiale di Google Search Central, Chris Nelson scrive che questa pratica rompe una aspettativa di base: il tasto indietro deve riportarti alla pagina precedente, non in una escape room costruita da uno script JavaScript con problemi affettivi. Google dice di aver visto crescere questo comportamento e avvisa i proprietari dei siti con due mesi di anticipo: togliete il codice, disattivate la libreria, controllate la piattaforma pubblicitaria, fate una seduta di terapia al vostro funnel.
Ars Technica la mette in modo ancora più secco: i siti che continuano a farlo potranno essere colpiti da azioni manuali anti-spam o da demotion automatiche nei risultati di ricerca. Per chi vive di traffico organico, è praticamente il messaggio “non sei tu, sono io” scritto da Google, ma con meno romanticismo e più Search Console.
La parte interessante è che non riguarda solo i siti palesemente marci, quelli con venti banner, finta notifica del browser e titolo tipo “non crederai mai cosa è successo al tuo router”. Google specifica che il problema può arrivare anche da librerie terze o stack pubblicitari. Quindi sì: potresti avere un sito rispettabile, newsletter educata, font sans-serif minimalista, e nel seminterrato del codice un plugin che rapisce il pulsante Indietro come se fosse il 2012.
È una micro-notizia tecnica, ma racconta una cosa più grande: il web ha passato anni a chiamare “engagement” ciò che spesso era solo attrito travestito da strategia. Popup che non muoiono, cookie banner scritti da un notaio sadico, video autoplay, newsletter con la X invisibile, pagine che ti inseguono quando vuoi andartene. Ora Google non sta abolendo il capitalismo digitale, calma. Però sta dicendo una cosa quasi rivoluzionaria nella sua banalità: se l’utente preme Indietro, forse vuole andare indietro. Shock. Panico nei reparti growth.
Il rischio, ovviamente, è che i peggiori trovino un altro modo per trasformare una navigazione normale in una trattativa ostile. Internet è un ecosistema adattivo: togli una trappola, spunta un popup con cappello finto. Però questa policy crea almeno un incentivo chiaro: smettere di sabotare il browser o perdere visibilità. E quando a parlare è Google, improvvisamente anche le pratiche “furbe” diventano “ops, aggiorniamo la roadmap”.
Morale provvisoria: il tasto Indietro non è un consiglio, è un diritto costituzionale del browser. E se un sito non ti lascia uscire, dal 15 giugno potrebbe scoprire che anche Google sa premere Indietro. Sulla sua ranking page.
Immagine di copertina: logo Google in stile terminale, da Ars Technica.
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