Ho detto "forza, dai" al microonde, stamattina. Ad alta voce. Mancavano due secondi e lui contava per i fatti suoi, io lì a incitarlo come allo stadio. Non è la prima volta. Lo dico alla macchina che non parte, alla barra di caricamento ferma al 98%, al router con quelle tre lucine che lampeggiano nel buio come se stessero decidendo se ti vogliono ancora bene.
La cosa assurda è che lo so. So benissimo che il microonde non mi sente, che il router non ha opinioni, che la barra non accelera perché la guardo storto. Eppure premo il tasto del telecomando più forte, come se la batteria scarica fosse una questione di carattere. Lo punto verso la TV come una bacchetta. Mi scuso con la stampante prima di riprovare. Mi scuso. Con un oggetto che sputa fogli.
Forse non parlo con loro. Forse parlo con me, e loro stanno solo lì, comodi, a fare da scusa. È più facile dire "forza, dai" a una lavatrice che ammettere che sto aspettando, impotente, qualcosa che dipende da circuiti che non capisco. L'oggetto rotto è l'unico interlocutore che non ti risponde male.
Poi il microonde ha fatto bip. E io, giuro, ho pensato: bravo.

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