«Io e i numeri non andiamo proprio d'accordo.» E lo dice sorridendo, quasi con orgoglio, come se fosse un tratto di personalità e non semplicemente una cosa che non ha mai avuto voglia di imparare. C'è tutta una categoria di persone che le proprie lacune le sventola come medaglie. Non so cucinare, non capisco niente di tecnologia, non ho il senso dell'orientamento — detto con lo stesso tono con cui uno direbbe di essere alto o di avere gli occhi verdi.
La cosa strana è che funziona. Nessuno ti dice mai «e allora imparalo». Anzi, scatta la solidarietà: ah, nemmeno io, figurati. L'incompetenza dichiarata diventa un modo per fare gruppo, un piccolo patto tra chi ha deciso che certe cose non gli competono. È comodo. Se dico prima io che non ci capisco niente, nessuno può pretendere che ci capisca qualcosa.
E forse è tutto qui il trucco. Trasformare un non voglio in un non sono capace, perché il secondo non chiede scuse a nessuno. Il «non voglio» ti rende responsabile. Il «non sono capace» ti rende simpatico.
Poi certo, magari è solo pigrizia con un buon ufficio stampa. Però intanto loro sorridono, e tu che ti sei sbattuto a imparare la cosa, che figura fai? Quella del tipo che si è sbattuto.

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