Arriva il conto e parte la coreografia. Tutti allungano la mano verso il portafogli con la stessa identica velocità, che poi è la velocità del spero che qualcun altro arrivi prima. Un gesto sincronizzato, quasi commovente, se non fosse una recita.
Perché nessuno vuole davvero pagare per tutti. O forse sì, ma solo a patto che l'altro insista abbastanza da lasciarti fare la figura senza il danno. «No no, faccio io.» «Ma figurati.» «Dai, la prossima.» La prossima che non arriva mai, o che arriva con la stessa scena rovesciata, gli stessi attori, lo stesso finale.
E poi c'è il momento peggiore: uno cede troppo in fretta. «Va bene, grazie.» E lì ti si gela il sorriso, perché non era quello il copione. Dovevi insistere ancora un giro, era il tuo turno di generosità teatrale, e invece te la sei giocata male. Ti hanno preso in parola. Che maleducati, prendere sul serio una cosa detta per non essere presa sul serio.
Alla fine paga sempre lo stesso, oppure si spacca alla romana e amen. Ma quei trenta secondi di finta lotta li facciamo lo stesso, ogni volta, come se il conto fosse un principio e non una cifra. Non è per i soldi. È per poter dire, uscendo, che almeno ci abbiamo provato.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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