Eurovision 2026 ha fatto quella cosa che Eurovision fa meglio: mettere insieme pop, geopolitica, coriandoli, televoto, ansia continentale e un trofeo che sembra uscito da un negozio di cristalli molto sicuro di sé.
Alla fine ha vinto la Bulgaria, per la prima volta nella storia del concorso. La cantante Dara ha portato a Vienna Bangaranga, un brano che il Guardian descrive come “pop music with folklore bones”: praticamente una festa balcanica con il turbo, ispirata ai kukeri, rituale tradizionale bulgaro con maschere, campanacci e quella sana energia da “scacciamo gli spiriti cattivi ma con coreografia da finale TV”.
Secondo Wanted in Rome, Dara ha chiuso con 516 punti, davanti a Israele con Noam Bettan e alla Romania. L’Italia, invece, si è portata a casa un quinto posto con Sal Da Vinci e Per sempre sì: risultato molto dignitoso, soprattutto considerando che ormai ogni classifica europea sembra una seduta di condominio con luci stroboscopiche.
Il dettaglio più interessante non è solo la vittoria bulgara. È che Eurovision ormai è diventato un barometro emotivo del continente: appena parte il primo acuto, sotto ci sono già diplomazia, boicottaggi, comunicati, proteste e pubblico che prova a capire se sta votando una canzone o una crisi internazionale con bridge elettronico.
Quest’anno la partecipazione di Israele ha pesato moltissimo sul clima della gara. Il Guardian segnala proteste a Vienna e il boicottaggio di diversi Paesi; Repubblica racconta la tensione attorno alla finale e alle manifestazioni pro Palestina. Traduzione: il glitter non cancella la geopolitica, la rende solo più riflettente.
In mezzo a tutto questo, l’Italia ha fatto anche la sua mini-operazione sistema: Fanpage raccontava la presenza a Vienna del ministro del Turismo Gianmarco Mazzi con FIMI e Assoconcerti per sostenere Sal Da Vinci. Per la prima volta il governo italiano ha seguito direttamente la delegazione Eurovision, perché evidentemente abbiamo capito che la musica esporta immagine Paese meglio di certi spot con droni, borghi e pasta al rallenty.
Il punto è che Eurovision 2026 lo vince una canzone che si chiama caos. Non metaforicamente: Bangaranga viene raccontata come energia, disordine, possibilità. E forse è perfetta così. Nel 2026 l’Europa non ha bisogno di una ballad rassicurante: ha bisogno di qualcuno che salga sul palco, prenda il casino generale e lo trasformi in un ritornello.
La Bulgaria ora ospiterà Eurovision 2027. Prepariamoci: dopo Vienna, campanacci e trionfo storico, la prossima edizione potrebbe essere la prima in cui il continente prova davvero a ballare sopra le proprie notifiche di emergenza. Con eleganza? Discutibile. Con volume alto? Sicuro.
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