«Posso farti una domanda?» Ecco. L'hai già fatta. È una domanda. Hai usato il bonus e adesso sei in debito. Tecnicamente io potrei dire «no» e saremmo pari, tu ti alzi, io mi alzo, fine. Nessuno lo fa mai. Diciamo tutti «certo», con la voce di chi ha appena sentito il rumore di una porta che si chiude a chiave da fuori.
Perché il problema non è la domanda. È l'anticamera. Una domanda normale arriva e basta: «dov'è il bagno?», «hai visto le chiavi?». Nessuno chiede il permesso per chiedere dov'è il bagno. Il permesso lo chiedi solo quando stai per tirare fuori qualcosa di pesante, tipo «ma tu e Giulia vi siete lasciati?» o «quanto prendi al mese?» o, peggio di tutti, «posso essere sincero?». Che è la stessa famiglia. Il cugino cattivo. Perché fino a quel momento cos'eri, un ologramma?
E nei tre secondi tra il «certo» e la domanda vera succede di tutto. Rivedi gli ultimi sei mesi. Ti ricordi quella mail mandata male. Ti prepari a giustificare un debito che non sai di avere. Poi arriva: «dove hai preso quella giacca?». La giacca. Mi hai fatto fare un processo interiore completo per una giacca. Grazie. È di Decathlon. Ora siamo amici meno di prima.
Il bello è che lo facciamo anche noi. Tutti. È una specie di cintura di sicurezza verbale: non stai chiedendo, stai annunciando che chiederai, così se va male la colpa è un po' anche dell'altro, che ha detto sì. Firmato. Liberatoria. Comunque, già che ci siamo: posso farti una domanda?

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