Prendi una parola qualsiasi. "Cucchiaio". Dilla. Ora dilla ancora. E ancora, dieci, venti volte, ad alta voce, in cucina, tanto non ti sente nessuno. A un certo punto succede una cosa strana: il suono si stacca dal significato. "Cucchiaio" diventa un rumore, una sfilza di sillabe assurde, e ti ritrovi a chiederti come diavolo abbiamo deciso tutti insieme che quella roba li' indica proprio l'oggetto di metallo con cui raccatti la minestra.
Ha pure un nome, questa faccenda. Saturazione semantica, o giu' di li'. Il cervello si annoia, smette di fare il collegamento, e ti lascia in mano solo il guscio vuoto della parola. Che a pensarci bene e' inquietante: vuol dire che il significato non e' dentro la parola. Non ci e' mai stato. E' solo un accordo che facciamo tutti di non guardare troppo da vicino.
E la cosa piu' assurda e' che funziona anche al contrario. Ogni tanto fissi la tua stessa mano per troppo tempo e diventa un oggetto alieno. Cinque appendici che si muovono. Chi le comanda? Ti giri dall'altra parte e per fortuna torna a essere una mano normale. Come se tutto reggesse solo finche' non lo fissi.
Forse e' per questo che di certe cose conviene non chiedersi troppo. Le parole, le mani, il motivo per cui ci alziamo il lunedi'. Reggono benissimo. Basta non ripeterle venti volte di fila.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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