In ogni stanza con più di due persone dentro c'è una guerra fredda. Letterale. Uno ha sempre caldo, uno ha sempre freddo, e il termostato sul muro non è un elettrodomestico: è un trono. Chi lo tocca per ultimo ha vinto, finché qualcuno non si alza con quella faccia e lo riporta indietro di due gradi, in silenzio, come un sabotaggio.
La cosa assurda è che nessuno dichiara guerra. Si combatte di nascosto. Tu metti ventuno, lei passa di lì e mette diciannove, tu fingi di non accorgertene, poi alle tre del pomeriggio “ma fa freddo qui?” — sapendo benissimo perché. È l'unico conflitto al mondo in cui entrambe le parti sostengono di avere ragione sulla base di un dato oggettivo, il numero sul display, e ciononostante litigano lo stesso.
Perché poi il punto non sono i gradi. Freddo e caldo non si misurano, si sentono, e tu nel corpo dell'altro non ci entri a controllare. Devi credergli sulla parola. E credere a uno che dice “sto morendo di caldo” mentre tu hai i brividi è, in fondo, un piccolo atto di fede. Che di solito non ci va di fare.
Diciannove e mezzo non è una temperatura. È un armistizio. Il punto esatto in cui hanno perso tutti più o meno allo stesso modo — che è poi l'unica forma di pace che riusciamo a tenere in piedi per più di un'ora.

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