C'era una volta un'azienda che faceva scarpe di lana. Scarpe brutte, comode, sostenibili. Il tipo di scarpe che indossavi per dimostrare ai colleghi di Google che ti importava del pianeta, anche se il tuo stipendio dipendeva dalla pubblicità programmatica che bruciava server in Idaho. Quell'azienda si chiamava Allbirds. Oggi si chiama NewBird AI. E nessuno sa se ridere o piangere.
La notizia, per chi se la fosse persa tra un tweet di Trump e l'ennesima crisi petrolifera: Allbirds ha venduto il suo intero business calzaturiero — brand, negozi, scorte di lana merino — a American Exchange Group per la modica cifra di 39 milioni di dollari. Circa l'1% della valorizzazione di picco del 2021, quando l'IPO aveva portata la società a 4 miliardi. Da lì è stata solo discesa: negozi chiusi, inventari bloccati, bilanci che facevano venire l'orticaria agli analisti. Fino a mercoledì scorso, quando qualcuno in sala riunioni ha evidentemente detto: "E se invece delle scarpe vendessimo... compute?"
Il piano è folle nella sua semplicità. La società — ormai un guscio vuoto listato al Nasdaq — ha annunciato un finanziamento convertibile da 50 milioni di dollari con un investitore istituzionale non identificato. Obiettivo: acquistare GPU "ad alte prestazioni" e trasformarsi in un provider di GPU-as-a-Service, cioè noleggiare potenza di calcolo alle startup che non riescono a trovare un data center libero tra Virginia e Singapore. Il nuovo nome? NewBird AI. Sembra un personaggio di un film d'animazione direct-to-video, ma è la realtà del mercato azionario americano nel 2026.
E il mercato ha reagito come solo il mercato sa fare quando sente la parola magica "AI": il titolo è schizzato del 600%, chiudendo a 16,99 dollari dopo una seduta da brivido. A metà giornata la capitalizzazione era salita a 165 milioni, un numero che suona ridicolo solo finché non ricordi che qualcuno ha pagato 39 milioni per comprare l'unica parte dell'azienda che effettivamente produceva qualcosa di tangibile.
Il paragone con Long Blockchain è troppo facile, ma doveroso. Nel 2017 la Long Island Iced Tea Corp., produttrice di tè freddo, cambiò nome in Long Blockchain e dichiarò che avrebbe "sfruttato i vantaggi della tecnologia blockchain". Il titolo volò del 500%. La società fu delistata da Nasdaq entro pochi mesi. Oggi Allbirds non vende nemmeno più tè freddo: vende — o meglio, vendeva — scarpe. E domani vorrebbe vendere compute. Problema: non ha team di procurement GPU, non ha data center, non ha contratti di energia a lungo termine, non ha esperienza operativa nel settore. Ha solo un ticker e un'ottima PR agency.
La ciliegina sulla torta dell'assurdo è la svolta anti-green. Allbirds era una B Corp certificata, con missione di sostenibilità scolpita nello statuto. Ora chiederà ai soci di votare per eliminare ogni riferimento alla conservazione ambientale dallo statuto societario. Perché? Semplice: l'AI training è un'attività notoriamente energivora, e promettere di salvare il pianeta mentre bruci megawatt per addestrare LLM è un po' come vendere bistecche da vegano. Meglio togliersi l'ipocrisia di torno.
Ci sono voluti nove anni perché Allbirds passasse da simbolo della Silicon Valley progressista a dead parrot dei Monty Python — parole non mie, ma dell'analista Neil Saunders di GlobalData. E ci è voluto un solo comunicato stampa per trasformare quel pappagallo morto in un pappagallo morto che fa mining di cripto... anzi, no, GPU-as-a-Service. La differenza sostanziale? Nel 2026 nessuno si scandalizza più. Siamo troppo occupati a guardare il prezzo delle azioni.
La morale non è che Allbirds sia condannata. Forse NewBird AI decollerà davvero, chi lo sa. La morale è che Wall Street non ha imparato nulla, e che nel 2026 bancare su un'azienda senza expertise, senza asset e senza piano dettagliato è perfettamente normale — purché nel pitch deck compaia la parola artificial intelligence almeno quattordici volte. Le scarpe di lana erano brutte, ma almeno erano reali. La compute è un concetto astratto. E l'astratto, si sa, scala meglio.
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