C'è un pellegrinaggio che per trent'anni ha avuto una sola meta: la Silicon Valley. Il garage di Steve Jobs, gli uffici colorati di Google, il selfie davanti al cartello di Meta. Bene, dimenticatelo. Adesso i fondatori di startup, gli investitori e pure i sedicenni con la fissa dello STEM prenotano il volo per Shanghai, Shenzhen o Chongqing. Il futuro, a quanto pare, ha cambiato indirizzo e non ha nemmeno lasciato l'inoltro della posta.
La protagonista di questo trasloco dell'immaginario è soprattutto lei: Chongqing, megalopoli della Cina centro-meridionale con 32 milioni di abitanti e un'estensione grande come l'Austria. Probabilmente l'avete già vista scrollando, anche senza saperne il nome: quei video di un treno della metro che entra dritto dentro un palazzo di appartamenti, gli spettacoli di droni notturni, lo skyline che sembra il concept art di un videogioco cyberpunk. Solo che non è un render. È una fermata vera, si chiama Liziba, e ci passa la Linea 2 attraversando i piani 6-8 di un condominio abitato. Nel 2024 Chongqing ha incassato 120 milioni di turisti, il 17% in più dell'anno prima.

Novemila dollari per guardare una fabbrica al buio
Fin qui il turismo da cartolina. Ma c'è un livello premium, ed è dove la faccenda diventa gustosa. Sono nate agenzie specializzate che vendono tour di tre-cinque giorni dentro gli stabilimenti di BYD, NIO, Xiaomi, Unitree, con Q&A privati faccia a faccia con i dirigenti. Prezzo: fino a 9.000 dollari, volo escluso. Non stai comprando una vacanza, stai comprando un accesso: come dice Chetan Shah, investitore di Mumbai reduce da vari tour, «da turista in BYD ci vai, ma oltre lo showroom non ti fanno passare».
Quello che manda in tilt i visitatori occidentali è il tasso di robotizzazione. Il feticcio del momento sono le dark factories, le "fabbriche buie": si chiamano così perché la luce non serve, dentro ci sono quasi solo robot. Steven Rattner, ex consigliere del Tesoro sotto Obama, è tornato da uno di questi viaggi e ha scritto un editoriale sul New York Times con un titolo che è tutto un programma: «Sono appena tornato dalla Cina. Non stiamo vincendo». Nel solo 2024 la Cina ha installato nove volte i robot industriali degli Stati Uniti. L'AD di Ford, Jim Farley, l'ha messa giù ancora più ruvida: i cinesi «hanno capacità produttiva sufficiente a servire tutto il Nord America e a farci chiudere tutti».

La FOMO come modello di business
Il motore di tutto questo ha un nome che conosciamo bene: FOMO, la paura di perdersi qualcosa. Shaoyu Yuan, docente alla New York University, lo spiega senza girarci intorno: «La sensazione è che l'ecosistema tech cinese abbia raggiunto un livello tale per cui non vederlo di persona ti mette in svantaggio informativo rispetto ai concorrenti che invece ci sono andati». Tradotto: se il tuo rivale ha fatto il tour e tu no, lui ha visto il dinosauro robotico spostare pannelli di alluminio e tu hai letto un report in PDF. Non è la stessa cosa, e loro lo sanno.
Il bello è che il meccanismo si autoalimenta in loop perfetto: qualcuno vede contenuti tech cinesi su TikTok, nasce la curiosità, la curiosità porta al tour, il tour genera esperienza diretta, l'esperienza diventa content, il content crea nuova curiosità. Ogni giro rafforza la percezione che la Cina sia la potenza tecnologica leader. Che poi la percezione sia accurata o gonfiata, dice Yuan, «il meccanismo che la produce è reale e sta accelerando».

Chinamaxxing: quando la Gen Z cambia idioma
E poi c'è il pezzo culturale, che è quello che mi diverte di più. La roba non passa solo dai manager in giacca: passa dai pupazzi Labubu, dai video dei robot umanoidi di Unitree che fanno kung fu (il cancelliere tedesco Merz è finito virale mentre li guardava a bocca aperta), dallo streamer IShowSpeed che gira Shenzhen a bordo di una macchina volante e prova a comprarsi una supercar BYD, salvo scoprire che le sanzioni USA non gliela fanno portare a casa.
Il risultato ha pure un nome da manuale del cringe generazionale: chinamaxxing. È l'apertura, tutta Gen Z, verso la Cina e la sua cultura. E i numeri non sono aria fritta: secondo un sondaggio Pew, oggi il 27% degli statunitensi ha un'opinione favorevole della Cina, quasi il doppio rispetto al 2023. Insomma, mentre a tavolino si combatte una guerra dei dazi, i sedicenni si scambiano video di fabbriche buie e prenotano il tour. Il soft power più efficace della storia recente non è una campagna del ministero: è l'algoritmo. E onestamente, funziona meglio di qualsiasi spot.
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