La lavatrice è uno dei pochi oggetti che ammette apertamente quello che fa: gira in tondo finché qualcosa, forse, esce meno sporco. Non promette crescita personale, non ti manda notifiche con il tono di un manager agile. Dice solo: cotone, sintetici, delicati. Onesto. Brutale. Quasi commovente, ma non esageriamo.
Il problema è che davanti all’oblò uno inizia a riconoscersi. Una maglietta sbatte contro il vetro, sparisce, torna, sbatte di nuovo. Sembra una riunione del martedì. Sembra una conversazione con l’assistenza clienti. Sembra noi quando diciamo “stavolta cambio ritmo” e poi alle 23:47 siamo ancora lì, illuminati da un elettrodomestico, a controllare se manca molto.
Ciclo delicato dovrebbe essere un’opzione anche per le persone. Premilo e nessuno ti chiede niente per quaranta minuti. Niente “hai visto la mail?”, niente “ci sentiamo dopo?”, niente “ma quindi che fai nella vita?”. Solo acqua tiepida, rumore bianco e il diritto abbastanza ridicolo di centrifugare piano.
Poi finisce. Bip. La macchina ha completato il suo piccolo destino meccanico. Tu apri, tiri fuori cose umide e aggrovigliate, e per qualche motivo ti sembra già un risultato. Non pulito. Non risolto. Solo meno peggio. Che, onestamente, in certi giorni è già un lusso borghese.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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