Giri in tondo. Non lo fai apposta, è un riflesso condizionato. Il parcheggio come la savana: giri, giri, giri finché non vedi la preda — quel mezzo posto libero tra un SUV e un cassonetto che solo un contorsionista potrebbe sfruttare.
E lì scatta qualcosa. Il sorriso educato sparisce. Lo specchietto retrovisore diventa un radar. Valuti ogni variabile: quanto è largo quello spazio, quanto tempo impiegheresti, se la macchina che arriva dall'altra parte ha già messo la freccia.
La freccia. Il linguaggio universale del parcheggio. Non è una comunicazione, è una dichiarazione di guerra preventiva. "Quello è mio, te lo sto dicendo adesso, non fare il furbo."
La verità è che non ci importa del parcheggio. Ci importa di vincere il parcheggio. Tre minuti in un parcheggio sotterraneo e la civiltà si sfalda. E la cosa inquietante? Funziona sempre. Ogni singola volta.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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